Dal n. 113 de Il Serratore
Nei primi anni 2000 iniziai il mio lavoro come medico ospedaliero in medicina interna con l’entusiasmo e il senso di responsabilità che accompagnano ogni giovane professionista. Erano anni in cui la medicina aveva certamente meno tecnologia rispetto a oggi, terapie farmacologiche meno efficaci e diagnostica meno sofisticata, eppure il SSN era sicuramente più solido, più stabile e più vicino ai cittadini e agli operatori sanitari. Dopo 23 anni, trascorsi in corsia tra turni, urgenze e carenze continue di personale, il confronto tra ieri e oggi impone una riflessione seria ed equilibrata, senza alcuna polemica, sulla condizione sanitaria italiana attuale con uno sguardo inevitabilmente rivolto alla nostra realtà, calabrese e locale. Sicuramente la nostra sanità vive da decenni una persistente fragilità determinata dal commissariamento per il rientro economico che, tradotto in termini sanitari, ha significato: blocco dei concorsi, zero assunzioni e chiusura di strutture con riduzione di posti letto e dunque meno risposte nonostante l’aumento della richiesta sanitaria da parte del cittadino che diventa sempre più anziano, più fragile e pluripatologico. Tutto ciò ha ulteriormente sovraccaricato il lavoro dei sanitari che nonostante tutto cercano ancora oggi di resistere a un’onda d’urto determinata dalla recente pandemia che ha solo messo in evidenza la fragilità preesistente del sistema. Dall’aprile scorso, con il commissariamento formalmente concluso, il SSN calabrese prova a riorganizzarsi portandosi dietro criticità storiche come la carenza di personale, la disomogeneità territoriale e la difficoltà nella programmazione dei servizi a lungo termine, vero nodo cruciale, a mio avviso, delle difficoltà odierne. Pertanto mentre a livello nazionale si incentiva sempre più l’innovazione tecnologica e l’integrazione digitale, nella nostra regione, la priorità è quella di garantire i LEA (livelli essenziali di assistenza) in modo uniforme tra i diversi territori di cui molti in zone disagiate. Come medico ospedaliero penso che il vero problema sia soprattutto organizzativo e di programmazione a lungo termine. La rete ospedaliera fatica a trovare stabilità e dare risposte a causa della carenza cronica del personale e quello operativo spesso va in burnout perché, oltre al carico lavorativo complesso, soffre dell’elevato carico psicofisico determinato da doppi turni, ferie ridotte e richieste vieppiù pressanti da parte di pazienti sempre più arrabbiati. In tutto questo bisogna considerare che la medicina territoriale, che dovrebbe fare da filtro, non risponde per carenza, a sua volta, di personale che si traduce in carenza dei servizi. Nel nostro territorio, molto popoloso, tutto ciò è ancor più evidente in quanto i presidi ospedalieri stanno vivendo una fase di rimodulazione, con trasferimenti di reparto che devono essere vissuti come fase riorganizzativa con un unico obiettivo: garantire maggiori servizi a più alti standard di qualità. Soprattutto dobbiamo attrarre i giovani medici e infermieri a investire il loro futuro nel nostro territorio, il tutto deve tradursi in maggiore gratificazione professionale che coincide con crescita e carriera basata sul merito determinato dal gradimento dei pazienti e non del management. Ricordiamoci che un ospedale, anche quello nuovo che tutti ci auguriamo possa aprire al più presto, non è fatto solo di mura, apparecchiature e numeri ma soprattutto di persone che curano e di persone che chiedono di essere curate.
Maria Pia Salerno

