A distanza di qualche giorno dalla scomparsa del caro Gegè, provo a mettere insieme pensieri e ricordi che in queste ore si sono inevitabilmente affollati nella mente. Ho preferito aspettare, perché scrivere nell’immediatezza, quando il dolore prende il sopravvento, non è mai facile, soprattutto se a mancare è un amico che ha attraversato una parte così lunga della tua vita.
Il mio ricordo di Eugenio Nastasi parte da molto lontano.
Avevo poco più di quindici anni quando conobbi Gegè. A quell’età non potevo immaginare che quell’incontro avrebbe accompagnato una parte così lunga e importante della mia vita. Fu l’Azione Cattolica a far incrociare le nostre strade e, ripensandoci oggi, credo che partire da lì sia il modo più vero per ricordarlo.
Ero giovanissimo quando Gegè, insieme ad altri amici, mi accolse nel loro gruppo all’interno del Consiglio diocesano di Azione Cattolica. Mi ritrovai accanto a persone più grandi, con maggiore esperienza, che non mi fecero mai sentire fuori posto. Mi coinvolsero, mi diedero fiducia e contribuirono in maniera determinante alla mia crescita.
Con Gegè quel cammino sarebbe durato oltre vent’anni. Furono anni di incontri, riunioni, iniziative, discussioni e soprattutto campi scuola. Questi ultimi rappresentavano forse i momenti più belli e intensi: trascorrere insieme intere giornate ci permetteva di confrontarci senza fretta, parlare di fede, della Chiesa, dei problemi della società, delle nostre responsabilità. Si discuteva seriamente, qualche volta anche troppo.
Ed era proprio allora che Gegè tirava fuori una delle sue qualità migliori.
Quando si accorgeva che il confronto stava diventando pesante, trovava il momento giusto per interrompere tutto con una barzelletta. Ed era bravissimo a raccontarle. Aveva i tempi, le pause, l’espressione giusta e quella capacità di farti ridere ancora prima di arrivare alla battuta finale. In pochi minuti l’atmosfera cambiava e poi si poteva tornare a discutere con uno spirito diverso.
Anche questo era Gegè: sapeva affrontare le cose serie senza rinunciare alla leggerezza.
Nella vita Eugenio Nastasi era un maestro di scuola. Quella era la sua professione, alla quale dedicò anni di lavoro e generazioni di alunni. Un aspetto che rischia di rimanere in secondo piano quando si parla del pittore, del poeta e dell’uomo di cultura, ma che dice molto della sua personalità. Aveva qualcosa dell’educatore anche fuori dall’aula: sapeva trasmettere senza imporre e accompagnare i più giovani lasciando loro la libertà di confrontarsi e perfino di dissentire.
Io ne sono stato testimone diretto.
La fede era parte integrante del suo modo di vivere. Non era ostentata, né affidata alle sole parole. Era una ricerca interiore che entrava nelle sue scelte, nel rapporto con gli altri e nella sua arte.
La pittura è stata una delle sue grandi passioni. Attraverso i colori dava forma a sentimenti e suggestioni profondamente legati alla sua terra e alla spiritualità. San Nilo, la Madonna Achiropita e gli altri soggetti sacri presenti nella sua produzione non erano semplici figure da trasferire sulla tela: appartenevano al mondo nel quale era cresciuto e nel quale aveva maturato la propria esperienza di fede. Alcune di quelle opere continueranno a parlare di lui nei luoghi religiosi che le custodiscono.
Poi c’era la poesia, forse lo spazio nel quale emergeva la parte più intima della sua sensibilità. Nei versi entravano gli affetti, il tempo, la natura, le persone e la quotidianità. Scriveva anche in dialetto, non per semplice nostalgia, ma perché conosceva la forza di una lingua capace di conservare suoni, atmosfere e sentimenti della propria terra.
E dentro tutto questo c’era Rossano.
La conosceva e la amava profondamente: le chiese, la storia, i vicoli, le tradizioni, il paesaggio. Lo stesso legame lo aveva con la natura, con i boschi, gli alberi, gli ulivi e le montagne. Luoghi nei quali trovava quella quiete che ben si accordava con il suo bisogno di osservare e riflettere.
Molti anni dopo i nostri primi passi nell’Azione Cattolica ci siamo ritrovati anche nell’esperienza de Il Serratore, del quale Gegè è stato collaboratore. Condividevamo l’attenzione verso il territorio e la convinzione che conservarne la memoria non significasse vivere di nostalgia, ma impedire che storie, persone e testimonianze importanti andassero perdute.
Oggi, però, più del collaboratore, del pittore o del poeta, mi torna alla mente l’amico e se dovessi scegliere una sola parola per ricordarlo, sceglierei quella che indicava anche il suo mestiere: maestro.
Lo è stato per tanti bambini nella scuola. In maniera diversa lo è stato anche per me. Non perché mi abbia impartito lezioni, ma perché ci sono persone che riescono a insegnarci qualcosa semplicemente condividendo con noi un pezzo importante della strada.
Di Gegè rimangono i quadri, le poesie, gli scritti e ciò che ha dato alla sua città. Io conserverò soprattutto la gratitudine di averlo incontrato quando ero ancora un ragazzo e di aver continuato a essergli amico per tanti anni.

Grazie, Gegè, per quello che, forse senza nemmeno saperlo, hai contribuito a costruire dentro di me.

Giorgio Tricarico

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