Un Profilo. Da Il Serratore n. 95
Corigliano ha sempre vantato solide tradizioni archivistiche: ne era testimonianza un archivio comunale, ordinato e ben custodito, prova evidente per decenni della corretta efficienza della macchina comunale. Grazie alla proficua collaborazione tra Amministrazione comunale, Soprintendenza Archivistica per la Calabria e Direzione dell’Archivio di Stato in Cosenza, il 24 maggio 1983, grazie agli eventi a cui accenneremo più avanti e per voto unanime del Consiglio comunale, venne istituita la Sezione Separata d’Archivio del Comune di Corigliano Calabro. La nascita dell’Archivio storico cittadino segnò la prima tappa di un percorso destinato, tra splendidi traguardi conseguiti e mille tristi inciampi, a rappresentare un caso molto singolare nel panorama degli archivi meridionali sia per la consistenza dei fondi custoditi sia per la vastità del periodo temporale documentato, dal XV al XX secolo. La consistenza del patrimonio archivistico portato in dote dalla comunità del Cor Bonum alla neonata città ha oggi uno sviluppo lineare di oltre due chilometri di scaffalatura. l’Archivio storico comunale raccoglie i registri del Parlamento Universale (1806); del Decurionato (1807-1861); del Consiglio Comunale e della Giunta Municipale e migliaia di fascicoli sulla vita amministrativa e sociale, sui beni e le proprietà demaniali, sulle opere pubbliche realizzate in paese. A questo complesso documentale sono aggregati: l’archivio dello Stato civile, con i registri anagrafici a partire dal 1809, utile per ricostruire la storia demografica della comunità e quella genealogica delle famiglie; l’archivio della Congregazione di Carità (1870-1938) poi denominato Ente Comunale Assistenza (1937-1978) e infine l’archivio del giudice conciliatore (1868-1888). In attesa del versamento, che arricchirà i fondi dell’Archivio di Stato di Cosenza, l’archivio comunale conserva registri e incartamenti della Giustizia mandamentale (1810-1979) e, inoltre, l’archivio del Fascio di combattimento “Arnaldo Mussolini” di Corigliano Calabro (1922-1945) con registri contabili, verbali, provvedimenti disciplinari, schede personali e il labaro. Tale patrimonio già così ingente fu ulteriormente arricchito da quattro importantissimi archivi, in virtù di un insieme di fortunate combinazioni, innescate da un evento importantissimo nella storia della città di Corigliano Calabro: l’acquisto del Castello ducale da parte dell’Amministrazione comunale, il 15 marzo 1979. Riappropriandosi di un luogo simbolo che per secoli aveva rappresentato l’emblema dell’oppressione feudale, la comunità è entrata in possesso non soltanto di uno dei suoi monumenti storici più importanti ma anche di un tesoro, la cui scoperta non fu subito evidente ma che si palesò il 18 marzo 1982, quando Lucrezia Francesca Leo e Pier Emilio Acri, funzionari dell’Archivio di Stato di Cosenza, su disposizione del direttore dell’Istituto, dott. Michelangelo Baldassarre, sollecitati dagli amministratori (in particolare, Antonio De Gaetano, assessore anziano, e il dott. Giuseppe Agrippino, assessore ai beni culturali e ambientali) e guidati da Stefano Scigliano, responsabile dell’ufficio comunale per i beni culturali, si avventurarono nei sotterranei del rivellino ritrovandovi migliaia di registri, volumi, pergamene, fascicoli e documenti che testimoniavano le attività familiari ed economiche dei proprietari del castello, i duchi Saluzzo e i baroni Compagna. Un enorme quantità di atti e documenti storici «da decenni in stato di abbandono, in condizioni assai precarie, frammisti a sporcizia, esposti alle intemperie, ad atti di vandalismo e a ruberie “intelligenti”», come ha ricordato in un suo scritto Giovanni Pistoia. Il ritrovamento di quelle carte costituiva una novità inaspettata e proiettava un insperato fascio di luce su un passato ancora confuso e avvolto nell’ombre dell’oblio. Le attività del personale archivistico e comunale furono subito febbrili: già a distanza di quattro mesi dal ritrovamento, erano stati recuperati e resi fruibili oltre seicento registri e si stava iniziando a predisporre una prima inventariazione degli incartamenti. Scongiurato il tentativo di trasferire la documentazione presso l’Archivio di Stato di Cosenza, nacque l’idea della creazione di un centro studi «a disposizione di tutti i comuni del circondario» e degli studiosi di storia economica e sociale per la valorizzazione delle memorie documentali riscoperte. Tale importanza venne sancita dalla dichiarazione di notevole interesse storico per gli archivi Saluzzo, Compagna e Solazzi, decretata dal Soprintendente archivistico il 13 febbraio 1984. L’archivio Saluzzo, duchi di Corigliano, e l’archivio dei baroni Compagna, rivelarono sorprese incredibili: preziosi documenti di personalità del mondo della politica e della cultura; documenti artistici e fotografie d’epoca; testimonianze complete e minute della vita sociale ed economica del paese tra XVI e XX secolo. Il lavoro fu determinante per la rinascita degli studi di storia locale: i cittadini di Corigliano non si dimostrarono insensibili allo slancio impresso alle iniziative archivistiche e culturali dalla presenza in loco di due eccellenti professionisti: si recuperarono molti documenti, trofei di avventurose escursioni nei meandri dell’antico maniero e nel 1982 l’avv. Mario Policastri donò alla città un altro archivio privato, quello della nobile famiglia Solazzi Castriota. La stima e la solida amicizia che subito nacque tra Ezia, Pier Emilio ed Enzo Viteritti produsse i suoi effetti anche nel campo della valorizzazione e divulgazione dei documenti ritrovati dalle colonne di “Diario”, di “Tribuna” e infine del “Serratore”.
Anche nella vicina Rossano le importanti famiglie patrizie e dell’alta borghesia cittadina iniziarono a schiudere le porte delle loro avite dimore per merito della promozione pazientemente condotta da Ezia e Pier Emilio: dopo appena quattro anni di lavoro i complessi documentali privati dichiarati di notevole interesse storico raggiunsero il numero di quindici. In pratica, gli archivi produssero il primo forte legame tra le due città, definendo e costruendo un comune patrimonio culturale e identitario. I risultati dei primi anni di intenso lavoro iniziarono a palesarsi dal 1988, con l’inventario dell’archivio Solazzi; nel 1990, l’inventario dell’archivio Saluzzo e, a distanza di otto anni, l’inventario dell’archivio Vincenzo Tieri, donato alla città nel 1997 dal figlio Aroldo. Contemporaneamente, nel 1994, fu edito l’inventario dell’archivio parrocchiale della chiesa matrice di S. Maria della Piazza. L’ultimo grande impegno a Corigliano si sostanziò nel 2006, con il definitivo riordino dell’archivio Compagna, dotato di un inventario monumentale, suddiviso in due parti. Dei lavori archivistici condotti a termine, oltre al perfetto allestimento e alle esaustive note storiche e archivistiche, colpisce l’analiticità, la dettagliata descrizione degli oggetti, talmente precisa e accurata che Gustavo Valente, decano degli storici calabresi, quando parlava di Corigliano la appellava «piccola Simancas», riferendosi non solo alla collocazione che avevano al tempo gli archivi nel Castello ducale ma anche alla ricchezza dei dati offerti dagli strumenti di corredo ai fondi. L’azione di Ezia e Pier Emilio fu ampia e, come accennato, non limitata solo a Corigliano: è sorprendente il numero di inventari prodotti e di sopralluoghi effettuati per conto della Soprintendenza Archivistica. Testimonianza di questo impegno e del costante amore per il loro lavoro è una preziosa raccolta di articoli scritti a quattro mani, comparsi sulle colonne de “La Voce” di Rossano e poi editi in un volume dal titolo «Itinerari archivistici nella Sibaritide» nel 2014, pochi mesi prima della prematura scomparsa di Pier Emilio: scorrendo le pagine di questo scritto si resta ammirati dal numero degli interventi compiuti spesso con mezzi limitatissimi e a prezzo di enormi sacrifici personali. Per capire appieno la portata del loro impegno, basti pensare che la provincia di Cosenza detiene in Calabria uno speciale primato: quello per numero di archivi che hanno ottenuto il riconoscimento da parte dello Stato del loro interesse storico particolarmente importante. Rispetto ai ventidue di Reggio di Calabria, ai dodici di Vibo Valentia, ai sette di Catanzaro e ai due crotonesi se ne contano, infatti, ben quarantatré e una parte consistente dei complessi documentali cosentini è situata proprio a Corigliano Rossano. Inoltre, fu proprio a Corigliano che per la prima volta nel Meridione d’Italia si accennò alla possibilità di creare un polo archivistico. Tale struttura organizzativa rappresenta un modello per la gestione di strutture e di servizi archivistici, cui possono aderire non solamente enti e istituti pubblici ma anche i privati possessori o detentori di archivi di interesse storico particolarmente importante, con speciale attenzione alle Università e agli Istituti di cultura. Gli obiettivi che si intendono perseguire ricorrendo a questa formula sono quelli di garantire la corretta conservazione della documentazione analogica e digitale; sviluppare i servizi per l’accesso dell’utenza alla ricerca e alla consultazione degli archivi, anche in rete e in formato digitale; favorire la circolazione di informazioni e dati; armonizzare i percorsi di formazione e crescita professionale degli archivisti e degli altri operatori del settore culturale, anche d’intesa con le Università e le associazioni di categoria. La politica dell’amministrazione archivistica nazionale è oggi tesa a promuovere la creazione di poli archivistici di ambito regionale, territoriale o tematico. Nel 1984 un progetto lungimirante aveva ipotizzato l’istituzione di un Centro operativo dell’allora Ministero dei beni culturali e ambientali «per la tutela e la valorizzazione del patrimonio archivistico coriglianese e della Sibaritide», nella forma di consorzio tra comuni, come indicato da una deliberazione unanime della Giunta municipale di Corigliano Calabro, presieduta dal sindaco ing. Cosimo Esposito, il 25 ottobre 1984. La proposta, anticipatrice di una tendenza che oggi appare sempre più una necessità per salvaguardare il patrimonio di memoria sedimentato negli archivi, riscosse qualche interesse ma, tra rimandi e incomprensioni, non ebbe poi alcun seguito. Chiudo queste brevi considerazioni formulando l’auspicio che l’Archivio storico torni a essere un punto di riferimento e di incontro per gli studiosi della storia della società e dell’economia del Meridione, in virtù di una riacquistata coscienza della sua centralità e importanza da parte degli Amministratori. Nel contempo si spera che la Nuova Città e i suoi abitanti tornino a prestare vigile attenzione agli archivi, «un patrimonio unico e insostituibile per chi voglia essere a contatto vero e vivo con il passato» (P. E. Acri) come atto di giustizia al passato, che ci ha consegnato un patrimonio ricchissimo; testimonianza di amore ai presenti che, distratti dall’attrattiva del nuovo, corrono il rischio di perdere il contatto con le loro radici; manifestazione di speranza per il futuro della nostra società.
