L’analisi che cercherò di sviluppare di seguito non è una ricerca personale né storica né etnologica. Si tratta piuttosto di una serie di suggestioni e quindi di considerazioni che ho ricavato dalla lettura di un interessantissimo saggio di Emanuele Lelli dal titolo “SUD ANTICO” (Saggi Bompiani). L’autore partendo da una ipotesi, verificata poi sul campo, coniugando filologia classica ed etnologia ha dimostrato come “la memoria degli antichi contadini dell’Aspromonte o dei pastori abruzzesi, degli allevatori salentini, o dei caprai dei Nebrodi, abbia conservato in modo sorprendente credenze, superstizioni, gesti quotidiani, rimedi terapeutici, motivi di canto, proverbi ed espressioni idiomatiche che derivano, per ininterrotta tradizione orale, dal mondo antico”.

In poche parole, il prof. Lelli attraverso una ricerca sul campo voleva dimostrare ed ha dimostrato come dal mondo Greco e poi Romano sia arrivato fino a noi tutto quello che abbiamo citato più sopra. Per esplicitare ulteriormente quanto detto dal prof. Lelli possiamo così sinteticamente riassumere: individuato un modo di dire, una superstizione, ecc. ecc. si è cercato un riferimento in un testo classico che attestasse quanto individuato. E successivamente una lunga e meticolosa ricerca sul campo, soprattutto in Calabria ma anche nel Salento ecc., che ne dimostrasse ancora oggi l’uso o almeno la memoria.

Vediamo allora di rintracciare anche a Corigliano, almeno nella memoria dei più anziani ciò che resta di questo ricco e interessante patrimonio che purtroppo si sta perdendo.

Corigliano, come si sa è ricca di modi di dire, credenze, superstizioni, motivi di canto, rimedi terapeutici, gesti quotidiani, proverbi, espressioni idiomatiche che molto probabilmente sono sedimentazioni appunto legate all’antico. Sicuramente a ciò non sono, per esempio, estranei i primi insediamenti (976 d.c. circa) dei profughi Mauresi (di lingua e religione greca, cioè bizantina) dopo la distruzione di San Mauro da parte dei Saraceni. In ogni caso per quello che riguarda l’oggetto della nostra trattazione, come vedremo, si tratta di qualcosa che definire “folklore” sarebbe riduttivo e inesatto. Si tratta piuttosto di un repertorio etnografico che malgrado tutto sopravvive con tutta la sua carica di valenze “se non nelle pratiche, almeno nella memoria degli anziani di oggi” come ho detto sopra e come afferma il prof. Lelli. In ogni caso nella sua lunga esistenza, Corigliano (i suoi abitanti) è sicuramente venuta a contatto con genti della vasta Koinè di Sybaris, prima, di Thurio e Copia dopo, e ne ha acquisito quello che ancora rimane in termini di memorie folkloriche, etnografia (credenze, testimonianze) e che vuole essere l’argomento di questa breve analisi. Non è da escludere naturalmente l’apporto che successivamente arrivò a Corigliano dai Basiliani/Bizantini come testimonia anche la costruzione del vicino Patire (anno 1095) e la loro sede amministrativa in un bel palazzotto sito in fondo a via Toscano a San Luca.

Partiamo dalle consuetudini legate al lutto.

La ritualità del lamento funebre e non solo quello è uno dei tratti culturali che più si sono conservati nelle tradizioni popolari meridionali. Come ci ricordava anche A. Russo nella sua “A Purtella” riferendosi a questi riti; a Corigliano quando moriva il marito… “la vedova per una settimana non riassettava le stanze, non accendeva il focolare e non si coricava nel letto matrimoniale che rimaneva disfatto. Quando moriva la moglie, il marito non si faceva la barba per una settimana e portava il lutto per tre anni”. Il marito rimasto vedevo veniva chiamato “cattivo “cioè “captivus” nell’accezione latina del termine. Cioè prigioniero. Per usi simili, ci sono riferimenti ed attestazioni in Callimaco (310 a.c.), Petronio (22 a.c.). 

Ma veniamo ad altre credenze: 

-“Si canta ra pigula (la civetta) ghè malaguriji” e nella casa dove guarda morirà qualcuno. Ne parla Teofrasto nel III sec. A.C. 

-Da ragazzi, molti di voi lo ricorderanno, quando volevamo verificare se una ragazza ci amasse o meno si prendeva una foglia di papavero o di rosa e si poggiava sul pollice e indice che formavano un cerchio e si faceva schioccare, se non accadeva significava che non si era corrisposti. Ne parla Teocrito (315 a.c.). Sempre sullo stesso tema e sempre in Teocrito troviamo conferma di un’altra credenza cioè quando batte l’occhio destro vuol dire che qualcuno che ci vuole bene ci pensa (“quanni sbatta l’uocchji rest(r)i ancuni mi minest(r)a) se invece a sbattere è il sinistro qualcuno parla male di noi. Stesso discorso con lo stesso valore “ominoso” (di premonizione, di cattivo augurio, nefasto) anche quando “fischia l’orecchio” di cui parla anche Plinio (anno 23 d.c.). Mia madre diceva quando le fischiava un orecchio: “Ricchja manchi u parramienti è franchi, ricchja rest(r)a chini ti cocia e chini ti minest(r)a”.

Passiamo ora al repertorio dei segni premonitori delle condizioni atmosferiche:

– Quando le mosche mordono (“suni arraggeti”) il tempo si guasta.

– quando la cornacchia (“a ciavula”) gracchia chiama l’acqua.

– Quando il gatto si lava la testa sopra le orecchie pioverà.

Tutti precetti riportati nella “Geoponica” raccolti fin dai tempi di Plinio.

E ancora:

– quando arriva una persona inaspettata e che non si vedeva da lungo tempo da noi si diceva, almeno mia madre lo diceva: “mò giremi ‘na seggia” (qualche altro più modernamente diceva. “’mo sparemi i botti”). Ebbene questa tradizione è contenuta nel papiro che riporta i “mimiambi” di Eronda, poeta ellenistico (III sec. a.c.)

– Quando la luce mancava e si accendeva una candela o una lucerna e senza un motivo apparente questa si spegneva si diceva che era di malaugurio, e quando la fiammella ondeggiava senza movimento d’aria significava che il tempo peggiorava. Ne parla Asclepiade un epigrammista ellenistico.

– Quando si mette a covare la chioccia, il numero delle uova deve essere dispari (Varronne r.r.3,9,12, ed anche Columella (8,5,12 Geogr.)

– Quando due ragazzini (io lo ricordo perfettamente) volevano diventare amici si prendeva un sassolino e si sputava sopra ambedue le facce e poi si buttava lontano dichiarando che allora dovrà venir meno l’amicizia stipulata quando sarà ritrovato il sasso. Questo rito legato al valore simbolico della pietra lo troviamo in Deucalione presso i greci ripreso poi dai romani che avevano anche il “Jovem lapidem”. Di questa tradizione greco-romana ne parla anche il Dorsa (pag. 137, La tradizione greco-latina negli usi e nelle credenze popolari della Calabria Citeriore anno 1884).

Un altro episodio riguarda lo scoprirsi il seno da parte di una donna durante “’na scerra”. Io personalmente vi ho assistito una sola volta e precisamente davanti “a ru caneli” del Fondaco. Due donne litigano animatamente con contorno di gridate e bestemmie e ad un certo punto una delle due si scopre il seno (“i minni”) in segno di maledizione verso l’altra. “Il dirus” latino. Ma questa tradizione ha origini più lontane, ne parla Eschilo nelle “Coefore” a proposito di Clitennestra che implora Oreste di non ucciderla (si tratta di “ghenethlìoi arài” -maledizioni parentali) ma c’è un riferimento ancora più antico, anche se con un significato leggermente diverso nell’Iliade di Omero quando Ecuba implora Ettore affinché non combatta con Achille.

Da piccolo ricordo che quando si diceva una bugia i genitori subito redarguivano: 

“U ddiri a minzogna ca si no ti ghescia ‘’na ‘nzita supri u nesi”. Ebbene anche questa tradizione era presente nel mondo greco e ne parla Teocrito.

Ed ancora esaminiamo alcuni modi di dire:

– “Nami spartuti u suonni” cioè ci siamo divisi il sonno per dire di una lunga e importante amicizia.

Ne parla ancora Callimaco e per la morte del suo amico Eraclito scrive:

“Mi hanno detto, Eraclito, della tua morte, e ho pianto. Ho ricordato quante volte noi due chiacchierando abbiamo coricato il sole.

– Ppi capiri si tieni ‘n’amichi ti ccia mangeri assiemi ‘nu cunteli i seli” (Ne parla negli stessi termini Aristotele).

– Ha persi i voji e bba truvanni i corni” (Zenobio. 1, 100)

– Se cchjiù u fissi a casa sua cu sberti a casa r’autri” (Citaz. in Cicerone).

Volevo riportare ora anche quanto Vincenzo Dorsa scrisse nel suo “La tradizione Greco-Romana negli usi nelle credenze popolari della Calabria citeriore” già citato. (anno 1884).

Iniziamo ad analizzare i simboli contenuti nella legenda coriglianese relativa a “u trisori i Santa Catrina”. Ricordo brevemente che si tratta di un tesoro sotterrato nei presi della chiesetta di “Santa Catrina” che consiste in una chioccia d’oro e relativi pulcini che si acquisisce se si riesce a mangiare una melagrana senza far cadere a terra neanche un chicco, di notte su di una pietra piatta e liscia, naturalmente dopo essere stato avvisato in sogno da un “folletto” e seguendo alcune regole. 

I simboli sono: 

“il tesoro sotterraneo” chiaro riferimento al mito di Pluto dio della ricchezza e del mondo sotterraneo.

“La gallina d’oro”, che ricorda il sacrificio di una gallina citato anche da Esculapio in molti riti esoterici.

“La melagrana” riferimento a quella raccolta da Proserpina nei giardini dei Campi Elisi e che Cerere avendone mangiato sette chicchi perde il beneficio del riacquisto della figlia. (Dorsa op. cit: pag. 27)

Alcuni sincretismi (fusioni o mutazioni di elementi fra religioni diverse): 

“L’acqua muta”, la notte dell’Epifania dalle fontane usciva olio e affinché l’incantesimo non si rompesse bisognava restare muti. Vi è un chiaro richiamo alle feste delle stagioni (solstizio) che i popoli primitivi e poi greci e romani fecero propri con l’istituzione delle Saturnali. Feste istituite per ringraziarsi gli dei.

– “U primi i dicembri si minta ra frissura”, anche questa è una tradizione di origine pagana. Ne parla Plinio (Hist.N. XVIII,8). Riti, questi, antichissimi mutuati dai greci nei Saturnali e poi proseguiti nei riti del “sole invictus” nel solstizio d’inverno.

– “Pasca marzatica o murtilitè o famatica”. Quando la celebrazione di Pasqua capitava nel mese di marzo. Anche questo è un sincretismo che riguarda il mese di marzo (come dice ancora il nome dedicato a Marte dio della guerra. Nel calendario romano marzo era il primo mese dell’anno). “Laddove marzo rappresenta la lotta confusa degli elementi in contrasto”.

– “Quattri aprilanti juorni quaranta”. Questo modo di dire è legato agli amori di Marte e di Venere che sono poi l’incontro dei due pianeti di cui parla anche Omero. Si dice, anche a Corigliano, che aprile avesse chiesto a marzo dei giorni in prestito e se in quei giorni avesse piovuto questo fenomeno si sarebbe ripetuto per quaranta giorni.

– “I lavurielli i Pasca” : come si sa a Corigliano durante le feste pasquali si solevano preparare “i lavurielli” che consistevano nel far germogliare al buio, in apposite formine, del grano e poi esporle per adornare “i subburchi”, i sepolcri. Ebbene anche questo è un sincretismo ripreso dal cristianesimo ma che aveva origini (pagane) ben più antiche. Si tratta di un chiaro riferimento agli “orti di Adone” di cui parla Eschilo e anche Teocrito (Iddill. XV). Era questa una “ritualità misterica” legata al risveglio primaverile della natura dal sonno invernale.

– “Passa ll’ura e dicia ammen” cioè passa l’ora e dice amen. Si diceva quando si voleva far smettere ad un bambino di imitare un difetto altrui. Più correttamente si dovrebbe dire: “passa Lora (Lara) e dice amen. Lara, deformata il “lora” era la dea dei morti, Lara oppure Mania la madre dei Mani.

A conclusione di questa breve disamina penso, sia sufficientemente chiaro, che il quadro naturalmente non è completo e che sicuramente altre credenze, altri riti, altre leggende aspettano che qualcuno le faccia rinascere collegandole come hanno fatto il Prof, Lelli e il Dorsa al passato che in qualche modo continua a vivere in noi; malgrado la rutilante modernità travolga e sotterri, o cerca di farlo, le nostre radici. La presenza, ancora oggi, di queste credenze “molto probabilmente non si tratta di casualità”, né di “folklorismo di riporto” come conclude il prof. Lelli. Molti indizi ci dicono il contrario: prima di tutto anche la loro presenza in aree lontane fra di loro, anche se queste credenze giungono fino a noi per tradizione orale “senza essere inserite nei canali della trasmissione documentaria dotta”. Senza la conoscenza del passato non c’è futuro. Ma in ogni caso è bello ricordare e non far disperdere le nostre tradizioni.

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