Questo articolo è tratto dal n. 100 della rivista Il Serratore ed è riproposto qui nella sua versione digitale.
Per il Meeting di Rimini 2023 ho partecipato all’ideazione e realizzazione, insieme ad un gruppo di amici imprenditori del settore agroalimentare, di una bella e visitatissima mostra dal titolo “Il gusto del quotidiano – lavoro e compimento di sè da San Benedetto ad oggi”. Un viaggio coinvolgente che rilegge la crisi odierna a partire da un’altra grande crisi, quella conseguente alla caduta dell’impero romano. La rete di monasteri cristiani diffusasi a partire dal IV secolo e per tutto il medioevo, ha costituito la spina dorsale della rinascita dell’Europa, in ginocchio dopo la dissoluzione della struttura imperiale. Le bonifiche, le innovazioni nella produzione agricola e manifatturiera, l’invenzione di tecniche nuove ed originali, l’immenso lavoro di salvaguardia e trasmissione del sapere antico, sono il patrimonio straordinario che i monaci hanno diffuso capillarmente fra tutti i popoli europei. Da cosa è nata questa fecondità creativa? Quali sono i fattori costitutivi di questa nuova personalità individuale e collettiva capace di tanta forza generativa?
E ancora: è possibile vivere il lavoro all’altezza dei propri desideri come facevano i monaci? Nell’attuale contesto di crisi mondiale, fra guerre, pandemie e incertezza, cosa può innescare nell’uomo uno sguardo capace di costruire esperienze di novità e di bene comune? Sono queste le domande che attraversavano il percorso della mostra. Appena ritornato dal Meeting, ho ospitato alcuni amici del nord per qualche giorno vacanza in Calabria e insieme siamo andati a ricercare e visitare le vestigia degli antichi monasteri calabresi. Ho sempre sostenuto che anche qui in Calabria i monaci ne hanno segnato la storia, la cultura e il popolo: nei borghi vicini alle antiche abbazie, anche se prive dei monaci e spesso in rovina, le popolazioni sono più industriose e ancora persistono le tracce di artigiani medievali (liutai e ceramisti a Bisignano vicino all’abbazia cistercense della Sambucina, falegnami e produttori di sedie nel comprensorio di Serrastretta nei pressi dell’abbazia benedettina di Corazzo, orafi e produttori di tappeti di San Giovanni in Fiore dove troviamo l’abbazia Florense, citando solo i casi nei dintorni della mia città di Cosenza). E proprio in San Giovanni in Fiore raccontando ai miei ospiti dei monaci cistercensi e del “calavrese abate Gioacchino, di spirito profetico dotato” , ahimè, constatando la bruttezza innegabile del borgo ingigantitosi in modo mostruoso nel dopoguerra, mi riaffiorava una vecchia domanda: Come mai la Calabria, terra bellissima, dove pure non sono mancati santi, monaci e abbazie, dove sono state fiorenti antiche civiltà come quella magnogreca, oggi è l’ultima regione d’Europa e vi imperversa incultura, degrado e sottosviluppo? Mi sovveniva anche il giudizio di un amico con cui, ormai decenni fa, avevo cominciato a creare imprese in questa regione: “… è stato provocato un danno antropologico irreversibile, ormai non è più possibile redimere questo popolo, qui tutto è destinato a fallire”. Ma è proprio così? In Calabria non è possibile? E perché? Non nascondo che ho provato un po’ di invidia quando un ragazzo produttore di Grana Padano, in un video della mostra al Meeting raccontava: “sono erede con tanti altri giovani amici di un processo e di un prodotto inventato dai monaci mille anni fa e che ancora oggi porta innovazione, sviluppo e benessere. Il mio compito è di spendere la vita e lavorare perché questo processo duri altri mille anni.” Ripartiti gli amici del nord la questione ha continuato a ronzarmi nella testa per cui ho preso in mano alcuni vecchi tomi di argomento storico comprati tempo fa, in particolare il Giornale di viaggio in Calabria scritto nel 1792 da Giuseppe Galanti, inviato ufficiale del re di Napoli Ferdinando IV di Borbone per relazionare sullo stato delle Calabrie a seguito del disastroso sisma del 1783.
E’ un reportage scrupoloso che annota i caratteri fisici, antropici, economici, civili, culturali dei molti borghi e città che attraversa. Nella relazione al Segretario di Stato del Regno di Napoli che egli compila il 9 luglio 1792, questo funzionario anticurialista, illuminista e riformatore, così scriveva: ” … tra le diverse cause politiche che sono state di ostacolo al risorgimento della Calabria, ne considero una fatta in mira di giovarle, voglio dire la totale soppressione de’ Luoghi pii e de’ Monasteri. (…) le società moderne sono costituite in modo che la parte ecclesiastica forma la prima essenza della nostra vita civile. (…) La provincia ha perduto forse la metà delle sue industrie che si esercitavano in buona parte dalle chiese. (…)”. Era successo che in seguito al rovinoso sisma del 1792 il governo borbonico “illuminato” realizzò un esperimento sconcertante: nella Calabria Ultra tutti i monasteri e i conventi (circa 250) vennero soppressi e gli amministratori dei luoghi pii rimossi. La Cassa Sacra, un ente straordinario appositamente istituito, pose i beni sotto sequestro, li censì e li offrì in vendita, allo scopo di incamerare fondi per la ricostruzione e fornire terra ai contadini nullatenenti. Si fecero trasportare a Napoli e furono fusi gli arredi d’oro e d’argento delle chiese; le pergamene e i codici antichi furono sottratti e portati nella capitale. Si fece obbligo a tutti i monaci e monache (3300 religiosi in totale) di ridursi nel secolo e tornare alle rispettive famiglie o presso case religiose fuori di Calabria. Un programma ambizioso e senza precedenti nella storia europea, ma che si dimostrò, disastrosamente fallimentare: “la prepotenza e la forza dei baroni si rivelava ancora più forte della volontà dei riformatori napoletani. (…) dei beni ecclesiastici si impadronì perlopiù una borghesia rapinatrice, dedita ad attività speculative.” (erano commercianti privilegiati che anticipavano allo Stato capitali in cambio di diritti fiscali e gabelle, non imprenditori che investivano per produrre ricchezza).Paradossalmente “La stessa lotta anticuriale non portò a una riduzione rilevante del numero dei preti, perché borghesia e baroni erano interessati ad avere più preti possibili, in quanto la carriera ecclesiastica era tra le poche occasioni di impiego sicuro per i borghesi meridionali («i porci di Dio», come venivano volgarmente chiamati coloro che si facevano preti per motivi economici). D’altra parte, il sostanziale ritardo con cui furono applicati i principi e le norme del Concilio di Trento nel Sud concorse a mantenere un clero per lo più ignorante, ingolfato in interessi materiali. (G. De Rosa) Il governo borbonico applicò in anticipo il paradosso gattopardiano «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Le riforme non aiutarono ma peggiorarono la struttura economica e sociale della Calabria e il suo sottosviluppo divenne così endemico, permanendo anche dopo le riforme di Murat, l’unità d’Italia, il fascismo e gli interventi straordinari del dopoguerra. Vi sono tante cause (storiche, geografiche, geologiche ecc.) del disastro calabrese. Ma l’aver totalmente distrutto in modo così precoce e ottuso, rispetto ad altre regioni, il monachesimo che è stato alla base della rinascita, dello sviluppo e della prosperità dei popoli europei, ha fatto precipitare la Calabria nel suo atavico sottosviluppo e reso molto difficoltose le possibilità di elevarsi del suo popolo. La Calabria fu privata del ristoro economico che i monasteri e gli enti ecclesiastici bene o male fornivano alla parte di popolazione più indigente che fu ancor più sfruttata da una vorace classe baronale e borghese. Ma soprattutto venne a mancare quell’influsso e quell’azione di educazione ed elevazione che la Chiesa Cattolica ha esercitato con incisività tramite i suoi monaci e i suoi sacerdoti sulle altre regioni d’Italia e d’Europa. Questa, dunque, è la triste storia.
Ma oggi? Dove aggrappare la speranza? Cosa può fare ognuno di noi? “Un punto di svolta decisivo in quella storia più antica si ebbe quando uomini e donne di buona volontà si distolsero dal compito di puntellare l’Imperium romano (…). Il compito che invece si prefissero fu la costruzione di nuove forme di comunità entro cui la vita morale potesse essere sostenuta, in modo che sia la civiltà sia la morale avessero la possibilità di sopravvivere all’epoca incipiente di barbarie e di oscurità. (…) da qualche tempo anche noi abbiamo raggiunto questo punto di svolta. Ciò che conta, in questa fase, è la costruzione di forme locali di comunità al cui interno la civiltà e la vita morale e intellettuale possano essere conservate attraverso i nuovi secoli oscuri che già incombono su di noi. E se la tradizione delle virtù è stata in grado di sopravvivere agli orrori dell’ultima età oscura, non siamo del tutto privi di fondamenti per la speranza.
Ed è la nostra inconsapevolezza di questo fatto a costituire parte delle nostre difficoltà. Stiamo aspettando: non Godot, ma un altro San Benedetto, senza dubbio molto diverso”. (A. MacIntyre, Dopo la virtù, Feltrinelli, 1988). Ispirati da tutto ciò, da circa due anni un gruppo di imprenditori italiani, tra cui diversi calabresi, hanno iniziato a costruire “luoghi” generativi di amicizia che, lungi dal lamento, mettono a tema in maniera sistematica fatti del proprio lavoro con lo scopo di aiutarsi per vivere tutto all’altezza dei desideri del cuore. Le dodicimila persone che hanno visitato la mostra li hanno incontrati e sono state “sfidate” a tener conto dei desideri del cuore nel lavoro, cioè viverlo non più come schiavitù ma come luogo di elezione per la realizzazione di sé, sapendo che il profitto non basta, e che il buon lavoro è un’amicizia che costruisce. Chissà! Forse un nuovo San Benedetto, anche se molto diverso, è già tra noi! Ad ogni modo, dopo la barbarie, occorre un lavoro paziente perché bisogna restaurare l’umano.
