Questo articolo è tratto dal n. 111 della rivista Il Serratore ed è riproposto qui nella sua versione digitale.

Lo scorso 7 gennaio ci ha lasciati Mons. Domenico Graziani, Arcivescovo Emerito di Crotone e Santa Severina e già vescovo di Cassano Ionio. Protagonista generoso, nella Sibaritide, di una stagione feconda di fede, opere e scelte profetiche intrise di concreto impegno sociale.

Due suoi stretti collaboratori dell’epoca, che ancora oggi conducono il fondo TERZERIA trasformato grazie al presule, raccontano l’esperienza che con lui hanno vissuto e che tuttora permane.

 

Il primo consiglio di amministrazione di Terzeria con al centro Mons. Graziani

Quello che nei giorni scorsi ci ha lasciato è stato veramente un grande vescovo calabrese. Non intendo tracciare un suo profilo, altri più titolati di me lo faranno, mi preme solo raccontare, in segno di profonda gratitudine, dell’esperienza e delle opere che sono nate da lui negli anni a cavallo tra i due millenni e che tuttora continuano nella sua prima diocesi di Cassano Ionio.

Mons. Graziani era lucidamente consapevole che decenni di politiche assistenziali in Calabria avevano creato una mentalità che costituisce un vero e proprio danno antropologico. Quante discussioni a tavola con lui sul fatto che si tende al posto e non al lavoro, che di fronte a qualsiasi proposta vige, tipica, l’obiezione: “Qui non si può, altrove sì” che sostanzialmente è l’attesa passiva della terra promessa (utopia), che non c’è rispetto per l’ambiente, non si ama la bellezza e si fanno danni continui e irreparabili al territorio (case non finite, eternit dappertutto, speculazioni edilizie anche sulle spiagge), che regna sovrano il principio per cui “ Al di fuori di casa mia, non mi interessa niente(cinismo).

Non era un ingenuo buonista e dietro il desiderio di costruire opere c’erano una fede profonda, una cultura immensa e un grande amore per la gente semplice e povera da cui egli proveniva. Aveva un preciso disegno che traeva origine dalla dottrina sociale della chiesa. Subito istituì una scuola di formazione che intitolò a don Carlo De Cardona originario della diocesi e fece tenere corsi, che puntualmente seguimmo, da importanti economisti come il prof. Stefano Zamagni, il prof. Luigino Bruni ed altri. Il motto della scuola era una frase di Antonio Genovesi economista meridionale del ‘700 “E’ legge dell’universo che non si può far la propria felicità senza far quella degli altri”.

Ma mentre gli altri si limitavano all’analisi e alla teoria, lui, uomo di grandi studi, passò all’azione. Animato da una vera e propria febbre di opere già nel 1999, appena nominato Vescovo di Cassano Ionio, chiese, tramite un suo ex parrocchiano che lavorava nella nostra fabbrica di caramelle a Lamezia, ad alcuni di noi impegnati nella Compagnia delle Opere di aiutarlo nella gestione del consistente patrimonio immobiliare che ancora la sua Diocesi possedeva e che rischiava di perdersi irrimediabilmente, come già successo altrove. Quando visitò la fabbrica di caramelle, ricordo, mi disse conquistandomi “devi venire a fare una cosa così bella anche da me”.

Nel porre mano alla situazione, oltre me, imprenditore, si coinvolsero un avvocato lametino impegnato anche nella Compagnia delle Opere, Gianni Lacaria, un agronomo, allora presidente diocesano di azione Cattolica, Benito Scazziota, un geometra di Comunione e Liberazione di Mormanno, Raffaele Bloise ed il compianto on. Costantino Belluscio, già segretario del Presidente della Repubblica. Altri si sono poi aggiunti nel tempo e alcuni man mano li abbiamo persi per strada. Tutto ciò ebbe rilevanza anche dal punto di vista della collaborazione tra movimenti, evento all’epoca forse unico: grazie a mons. Graziani imparammo a lavorare insieme mettendo da parte le antiche polemiche valorizzando il tentativo comune di influire sulla società e cambiarla.

Mons. Graziani come Vescovo pro-tempore era, dunque, presidente di una Fondazione con in dote un gran pezzo di terra “la Terzeria” (mille ettari di terreno ricevuti in lascito negli anni ’30 da una famiglia senza eredi, e concessi dai vescovi suoi predecessori in locazione a terzi con ricavi molto esigui e col rischio di perdere molti appezzamenti per usucapione).

La situazione era disastrosa. La prima difficoltà per noi era la distanza (120 km da Lamezia; la seconda era il fatto che la situazione non consentiva al momento un ritorno economico, nemmeno un rimborso spese, pur richiedendo molto impegno. Decidemmo lo stesso di aiutare mons. Graziani. Operammo questa scelta per dedizione alla Chiesa ed ai suoi Pastori, così come testimoniatoci in tante occasioni da don Giussani.

Purtroppo molti di quelli che erano in relazione con il Vescovo erano li per approfittare, prendere qualcosa o proporre progetti propri, non per aiutarlo realmente e servire la Chiesa (diversi soggetti cercarono abboccamenti con noi per speculare su questo bene). Persino alla CEI il Vescovo non trovò sostegno, gli dissero: “Chi te lo fa fare? Vendi tutto, compra degli appartamenti a Roma ed assicura una rendita alla diocesi”. Invece per mons. Graziani i beni della Chiesa dovevano produrre riscatto sociale e benessere per tutti, non rendite di posizione.

Noi andammo lì non per speculare o favorire qualche nostro amico, ma, assecondando il desiderio del Vescovo, per mantenere questo bene alla Chiesa, secondo il mandato testamentario dei donatori. Agendo in maniera tempestiva, riuscimmo a far rientrare in possesso della Fondazione la parte più consistente (un’azienda agricola di 500 Ha di terreno contigui), approfittando della scadenza del contratto (nessuno credeva di fatto a questa possibilità, gli stessi affittuari non pensavano che facessimo sul serio gli interessi del Vescovo).

D’accordo con mons. Graziani valorizzammo chi c’era: gli stessi subaffittuari ne rimasero stupiti in quanto temevano di essere estromessi. invece li associammo in compartecipazione rendendoli finalmente protagonisti e non più sfruttati, con una prospettiva a lungo termine. I risultati operativi si videro già dalla prima stagione. Ci fu anche un piccolo miracolo: un pescheto non più produttivo quell’anno ebbe una produzione incredibile mentre in tutta la pianura circostante ci fu scarsa produzione per le gelate invernali.

Dopo questo primo successo iniziarono le minacce più o meno velate (il Comune di Cassano Ionio era nel frattempo stato commissariato per infiltrazioni mafiose), ci fu un tentativo di estrometterci, si cercò di creare un clima ostile intorno a noi che venivamo additati come persone estranee che volevano portare avanti chissà quali interessi a danno dei locali. L’impegno diventò snervante, oneroso, complesso. Ma, forti della fiducia e compagnia del Vescovo, riuscimmo in pochi anni, per grazia di Dio, a vincere la partita.

Con don Mimì, come affettuosamente era chiamato da tutti, nacque una familiarità impensata, diventammo i suoi collaboratori più stretti e fidati. Dovevamo correre a soccorrerlo tempestivamente ad ogni attacco o trappola che gli veniva tesa (sono numerosi gli aneddoti), a sostenerlo in quanto ci rendevamo conto di come fosse era realmente solo. 

Dal grande cuore di don Mimì abbiamo ricevuto e imparato tanto. Come ha detto mons. Parisi nell’ omelia funebre, mons. Graziani si identificava con la Terzeria, era la Sua opera.

Nel 2017 è stata realizzata una mostra al meeting di Rimini sulla nostra esperienza della Terzeria. Il curatore della mostra mi disse una cosa che, per me, è uno dei lasciti di mons. Graziani e un po’ è la realizzazione di quello che aveva nel cuore: “C’è la parola “gratuità” nel vostro modo di approcciarvi alle cose, al lavoro, nei vostri sguardi, nei vostri gesti, nel come trattate quest’opera che tutto sommato non è vostra, ma vi è stata data in gestione. Non è di vostra proprietà, ma voi la trattate con gratuità e libertà molto meglio di come trattereste una cosa vostra. Tutto ciò sta generando un bene incredibile per voi, per i vostri collaboratori, per il territorio. Sono nate collaborazioni con l’Università, nascono innovazioni…. cioè qualcosa che era perduto, arido, semidistrutto, è diventato generativo”.

Oggi, 27 anni dopo, questa azienda agricola (gli ettari recuperati sono 640) è ormai una realtà consolidata gestita da una Società Agricola Benefit voluta dall’attuale Vescovo di Cassano Ionio, mons. Francesco Savino, conformemente ed in continuità con l’intuizione originaria di Mons. Domenico Graziani.

Eugenio Conforti

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Non racconterò le vicissitudini affrontate per far nascere e crescere la Società Agricola Terzeria Benefit, nata su impulso di mons. Domenico Graziani quando fu nominato vescovo di Cassano Ionio, 27 anni fa, sarebbe troppo lungo, anche se istruttivo. Magari un giorno ne faremo un libro, ad averne il tempo e se Dio vorrà.

Non mi dilungherò nemmeno nel racconto dell’azienda agricola, oggi di 640 ettari, che produce riso, ortaggi, cereali, agrumi, foraggi e alleva bovini podolici ed altro ancora… che pur ha peculiarità interessanti.

Voglio invece cercare di introdurre il lettore nelle dinamiche seguite e sulle ricadute nel territorio della Sibaritide, per rendere l’idea di quale impeto le abbia generate e l’esempio dato.

Letteralmente spinti dall’allora vescovo di Cassano Ionio, cercammo di cogliere le opportunità che si presentavano, in termini progettuali, di know-how, di possibilità di sviluppo commerciale ecc. valorizzando gli agricoltori del posto che temevano di essere estromessi: oggi, grazie a Dio e al lavoro fatto, godono tutti di stabilità e lavorano con buoni risultati.

Senza nessuna improvvisazione ma in modo rigoroso e professionale, oltre a portare avanti bene la produzione agricola (vocazione terreni, scelta colture, introduzione di criteri coltivazione, controllo gestione, ecc.), ci preoccupammo subito del mercato creando un collegamento stabile e diretto con le grandi cooperative nazionali per il collocamento dei prodotti.

La nostra presenza, nella piana di Sibari operò anche da stimolo e collante per la nascita di nuove realtà produttive e aggregazioni di imprenditori.

Infatti, dopo aver buttato buone fondamenta agricole a debito zero (raccontare come ci siamo riusciti sarebbe anche interessante) ci siamo resi conto che per lo sviluppo non bastava il reddito agricolo, e per questo ci siamo avventurati nel settore dell’energia che può essere connesso a quello agricolo. La scelta derivava da una osservazione molto semplice: le energie rinnovabili, oltre al miglioramento dell’ambiente, vogliono dire anche produzione e mercato sicuri, quindi incassi certi.

In consorzio con altre 20 aziende agricole del territorio realizzammo così, nel 2008, a Corigliano Calabro, una prima fattoria fotovoltaica consorziata di 1,2MWh i cui proventi miglioravano il reddito delle nostre singole aziende agricole. Man mano si aggregarono altri imprenditori e si acquisì know-how, per cui nel 2009 nacque l’idea di implementare una vera e propria filiera agroenergetica.

Costituimmo così una società di ricerca, progettazione e realizzazione di impianti energetici da fonti rinnovabili, poi una Energy Farm a capitale diffuso (40 soci per la produzione di energie rinnovabili), e poi ancora una azienda agro-energetica che rilevò in affitto un’importante azienda agricola, con annesso agriturismo, riconvertendola in frutticola e che oggi costituisce uno dei gioielli dell’Alto Ionio Cosentino.

Queste opere non sarebbero mai nate senza l’impeto del vescovo Graziani.

Ci si potrebbe domandare che cosa abbia permesso questo sviluppo in un territorio notoriamente difficile come la Sibaritide?

I cristiani da sempre sono presenza viva nella storia, consapevoli che la fede in Cristo è un bene anche per il territorio. Certo di questo Mons. Graziani seppe valorizzare le nostre professionalità, temperamento, personalità. Dandoci l’opportunità di misurarci con la sfida da lui proposta favorì quel cambiamento di mentalità da cui nasce un altro modo di vedere, di concepire e di giudicare le cose. Infatti pur nella positività della laboriosità quotidiana rischiamo di perderci quando si dimentica lo scopo.

Questa coscienza maturò sulla grande tavola della cucina del vescovado dove, durante frequenti pranzi, don Mimì ci contagiò.

Fummo profondamente colpiti dallo spirito di gratuità che aveva questo grande e colto prete diventato vescovo che voleva intensamente far diventare quel gran “pezzo di terra”, un bene per tutti.

Frequentandolo assiduamente scoprimmo, sorpresi, che dovevamo aiutarlo perché era mosso dallo stesso desiderio di bene che albergava nel nostro cuore. Con lui imparammo che le cose è meglio farle insieme: da soli è più difficile che si realizzi qualcosa. A pescare da soli, con una canna si getta   e si prende un pesce. A pescare con gli amici, invece, con una rete gettata in mare si fa una grande pesca. L’importante non è essere possessori della canna da pesca, ma essere anche solo un nodino di quella rete perché solo così si prendono tanti pesci.

Così diventammo una rete di imprenditori che volevano affrontare le sfide economiche, sociali e culturali in modo costruttivo e innovativo.

La Terzeria non era un bene “nostro” ma con mons. Graziani capimmo che lo era ancor di più perché era di tutti e per tutti. Non bisognava restringere lo sguardo e il cuore ma allargarli. Si chiama gratuità.

La sua compagnia ci immerse in questi insegnamenti che poi corrispondono con quanto insegnato dalla dottrina sociale della Chiesa, trasmettendoci un criterio ideale e immettendoci in un’amicizia operativa. Fece leva sul senso di responsabilità e sul desiderio di contribuire al bene comune presenti in ognuno. Un impeto che noi chiamavamo l’onore di fare impresa coscienti che ogni singola opera è un bene per tutti. Don Mimì ci fece capire che questa operosità, riconoscibile per la sua diversità, documenta l’origine “ideale” in qualcosa che la precede e la plasma dal di dentro, l’incontro con Cristo.

Questo era il modo positivo e fiducioso di affrontare la realtà che sperimentammo insieme a lui pur partendo da quella situazione di sfacelo e deserto incipiente di Cassano.

Come invece vedevamo normalmente agire intorno a noi? C’erano e ci sono due posizioni. Si subisce lo sfacelo con rabbia addossando le colpe su qualcuno (che sicuramente esiste e ha più responsabilità di altri). Ma così facendo, non si produce alcun cambiamento, se non quello di aumentare il lamento che può finire nella disperazione.  Oppure lo si ignora, magari dopo aver contribuito a provocarlo, continuando a comportarsi come se nulla fosse e soprattutto senza mettersi minimamente in discussione.

Al contrario insieme a don Mimì imparammo che se osserviamo bene, la realtà ci rimette continuamente in moto, provocandoci a prendere posizione di fronte a ciò che accade, accettando le sfide, rispondendo ad esse con intelligenza, creatività e capacità di sacrificio. Per usare l’immagine di mons. Parisi alle sue esequie, ci insegnò a elevarci e volare all’altezza delle aquile, non delle cornacchie.

La sua fedeltà alla chiesa e dedizione alla gente ci evidenziava che, solo se sono collocati dentro un popolo, il desiderio ridestato e i tentativi che nascono dalla persona hanno possibilità di durare. E il popolo è un mettersi insieme della gente non nella provvisorietà di un tornaconto, ma sostanzialmente, non contro un nemico, ma per un bene comune desiderato e perseguito.

“Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce”, recita un vecchio proverbio. Mons. Graziani con la sua fede profonda, guardandoci sempre sorridente, vedeva crescere in noi, allora giovani pianticelle inconsapevoli, un inizio di foresta. Grazie alla sua vita e testimonianza, oggi molti, nei nostri territori invece si adoperano per la crescita della foresta che poi è il bene comune.

Benito Scazziota

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