Questo articolo è tratto dal n. 98 della rivista Il Serratore ed è riproposto qui nella sua versione digitale.
Mille anni di storia e li dimostra
Il castello di Corigliano è considerato fra i più belli e meglio conservati dell’Italia meridionale. Certamente è simbolo di questa cittadina affacciata sullo Jonio, la sua imponente mole e la torre ottagonale sono un potente richiamo visivo.
Secondo la tradizione la costruzione di un primo nucleo fortificato si deve al normanno Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo (1015 ca-1085), figlio di Tancredi. Goffredo Malaterra, fa intendere che i milites normanni, nel corso della loro campagna di occupazione della valle del Crati, edificarono sulla collina di Corigliano nel 1073 un apprestamento difensivo. Di questa fondazione normanna resta però, poco forse solo alcune strutture del piano inferiore del Rivellino e del Mastio.
Primo custode del castello fu il milite normanno Framundo, vassallo del Guiscardo e, dopo di lui, lo ebbero alcuni nobili normanni. Dopo alterne vicende e successioni dinastiche, il maniero pervenne ai Sangineto (1300 ca) e da questi ai Sanseverino (1336). Roberto Sanseverino, principe di Bisignano e conte di Corigliano, tra il 1339 e il 1361 fece eseguire i primi interventi che trasformarono il presidio normanno in un castello vero e proprio.
Nel 1487, a seguito della Congiura dei Baroni contro il Re Ferrante I d’Aragona, Girolamo Sanseverino (1447-1487) che era stato tra i baroni rivoltosi, per alto tradimento fu tratto in arresto, privato dei suoi beni perdendo così il feudo e il castello di Corigliano. Dopo la rivolta, per prevenire nuovi disordini, il re aragonese fece irrobustire il castello. La pianta dell’edificio fu fatta sul modello del Maschio Angioino, un edificio di massiccio volume a pianta quadrangolare con base a scarpa e torri cilindriche ai quattro angoli delle quali, quella a settentrione (il mastio), è di maggiore dimensione. Il disegno è attribuito all’architetto fiorentino Antonio Marchesi da Settignano, allievo di Giorgio Martini che, pare, abbia fornito la pianta del Rivellino. Il castello è probabilmente rifatto di sana pianta sul vecchio sito, privilegiando il punto più elevato della città. E non si trattò forse solo di un ampliamento ma di una vera e propria nuova costruzione come fanno pensare le analogie nella forma e nelle dimensioni in comune con i castelli di Belvedere, Castrovillari e Pizzo Calabro coevi del nostro. Del restauro aragonese resta una maestosa iscrizione sulla cortina d’ingresso con il millesimo (1490).
Con gli Spagnoli, reintegrati i Sanseverino, nel 1540 Pietro Antonio Sanseverino fece aggiungere altre fabbriche a quelle preesistenti: l’edificio è sempre più palazzo e sempre meno castello. Per gli ingenti debiti accumulati da Nicola Bernardino Sanseverino, nel 1616 il feudo di Corigliano viene confiscato e posto in vendita. Si aggiudicarono l’acquisto all’asta, “alla candela”, i fratelli genovesi Agostino e Giovan Filippo Saluzzo, «con extinction del titulo de conde que tenia» cioè senza il titolo di conte di Corigliano.
Nel 1647 scoppia la nota rivolta antispagnola, quella di Masaniello per intenderci. L’insurrezione non risparmiò nessuna contrada, neppure Corigliano. Agostino Saluzzo, che nel frattempo era giunto di tutta fretta da Napoli, si barrica nel castello e resiste. Per la sua difesa e fedeltà alla corona di Spagna, nel 1649 il re Filippo IV gli conferisce il titolo di “Duca di Corigliano”. I ricchi banchieri genovesi entrano, finalmente, nel gotha della nobiltà napoletana.
Per lo scampato pericolo, e forse come ex voto, nel 1650 Agostino fa realizzare nella torre di ponente una cappella in onore di Sant’Agostino come ci ricorda un bel busto in marmo bianco del Santo sopra l’ingresso alla cappella. Ma la vera meraviglia fu la fabbrica nuova con cui egli fece ornare il castello, una torre ottagonale (sopralzo) coronata da beccatelli e innalzata sull’antico mastio per rendere visibile a tutti il suo incontrastato potere. Ma nulla è per sempre.
All’inizio dell’Ottocento i Saluzzo finiscono per vendere il feudo. Attraverso rocambolesche operazioni finanziarie feudo e castello sono acquistati nel 1822 da Giuseppe Compagna (1780-1834). Con questi il vecchio maniero diventa una dimora di rappresentanza. L’interno del castello, con un ricco apparato decorativo, assume un aspetto Ottocentesco. Vero Deus ex machina di questo cambiamento è Luigi (1823-1872) figlio di Giuseppe. Egli non badò a spese. Chiama a lavorare nel cantiere di Corigliano le migliori maestranze del regno, come Girolamo Varni e Ignazio Perricci (1834-1907), commissiona opere a talentuosi artisti del tempo, come Domenico Morelli (1823-1901) e Stanislao Lista (1824-1908).
Al genovese Varni affida la decorazione delle superfici interne del quarto nobile e gli interni della torre ottagonale (affrescati con motivi geometrici di fantasia al primo livello, con scene della Gerusalemme liberata del Tasso al secondo livello e con le quattro Virtù Cardinali tra episodi della mitologia greco-romana al terzo livello). Il capolavoro del Varni resta però il grande ciclo pittorico dipinto nell’intradosso della cupola della Cappella di Sant’Agostino: il “Trionfo della Fede”. Stanislao Lista realizza, invece, due magnifiche statue di terracotta raffiguranti l’Abbondanza e l’Ospitalità che si incontrano lungo lo scalone che conduce al quarto nobile.Nel 1869 Luigi Compagna commissiona a Domenico Morelli la pala per l’altare della Cappella, un trittico raffigurante la “Madonna delle rose” tra i Santi Agostino ed Antonio Abate che il maestro napoletano consegnerà soltanto nel 1872. Tra le sale di questo piano quella certamente più sontuosa è il Salone degli Specchi. Tra stucchi dorati, tendaggi, cristalli di Boemia e vetrate ci si trova in un salone da ballo che ci fa immaginare, in piccolo, quello più celebre del “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa. Mirabile è in questo salone il soffitto dipinto nel 1872 dal Perricci con la tecnica del trombe-l’oeil, sotto un cielo stellato, gruppi di donne e di uomini, si affacciano da una finta balaustra per salutare gli ospiti che volgono lo sguardo all’insù.
Più sobria ma non meno suggestiva è la sala da Pranzo adornata da un bel caminetto di marmo bianco di Carrara ed alcune tele manieristiche di scuola napoletana del sec. XVII. Nel corridoio, detto “delle Armi”, altre due tele, opera del pittore calabrese Raffaele Aloisio (1811-1892) adornano la parete che lo divide dalle sale. Prima di lasciare il castello assolutamente da visitare sono gli ambienti sotterranei, le vecchie prigioni, la cucina ottocentesca e il giardino.
Oggi questo castello è patrimonio della comunità. I Compagna, che negli anni ‘70 del secolo scorso si erano definitivamente trasferiti a Napoli, lo alienarono cedendolo per poca spesa alla Mensa Arcivescovile di Rossano (1971) che, successivamente, vendette all’allora Comune di Corigliano Calabro (1979). Negli anni 1988-2002 il castello, grazie a un finanziamento della Comunità Economica Europea, è stato recuperato. Il merito di quel restauro si deve all’architetto Mario Candido (1941-2014) -cui, dopo la prematura scomparsa, è stato intitolato il Piazzale delle Armi-, coadiuvato ottimamente dall’architetto Leonardo Scarcella e dall’ingegnere Giuseppe Smeriglio.
Ora nel castello, che nel frattempo è diventato ducale in onore dei Saluzzo, non ci sono più nobili e servi, vi è solo una regina, la “Madonna delle Rose” per la quale il barone Luigi Compagna diede a Domenico Morelli la somma di ben 23.000 lire. Soldi ben spesi.
Bibliografia
Giovanni Santo, Giacomo Felicetti, Luigi Petrone, Franco Spataro, ll Castello di Corigliano Calabro. Origine e sviluppo di un fortilizio nel meridione, De Rose, Cosenza 1983.
Luigi De Luca, Corigliano Medievale (dalle origini alla fine del XII secolo), con una nuova lettura della “carta rossanese”, Cosenza, 1985.
Mario Candido a cura di, Beni ambientali architettonici e culturali di un centro minore del Sud. Corigliano Calabro, Abramo, Catanzaro 2002.
