di Flaviano Garritano

Immersi nei boschi silani, i ruderi ancora oggi trasmettono un profondo senso di spiritualità.

S. Maria della Mercede

La valle del Trionto [Traes] rappresenta all’incirca il limes tra quella che definiamo oggi Sila Greca e Sila Grande. Ed è proprio questa parte della Sila, detta greca, che corrisponde ad una zona fortemente influenzata dalla dominazione dell’impero di Bisanzio e dalla religiosità di rito greco da esso irradiata. Tutta l’area apparteneva alla diocesi di Rossano, che almeno dalla prima metà dell’VIII secolo fino a dopo la metà dell’XI secolo dipendeva dal Patriarcato di Costantinopoli; quindi conservava liturgia e vescovi di rito greco. Per secoli nell’area che va da Rossano a Caloveto, da Longobucco a Campana, l’identità culturale fu determinata, ispirata e sorretta dall’Ortodossìa alimentata dai padri greci. Il rito greco delle chiese bizantine comportava una differenza linguistica, liturgica, organizzativa e normativa rispetto alla Chiesa latina di Roma. E proprio in quest’area della valle del Trionto, che scende dalle pendici della Sila, costeggiando Longobucco fino a sfociare nei pressi di Crosia, il monachesimo greco, nelle sue varie forme ascetiche e organizzative, si sviluppò capillarmente.  Inoltre la valle del Trionto rappresenta una cerniera tra la metropolia greca di Rossano e quella di Santa Severina. Naturalmente lo stile di vita praticato dai monaci di rito greco, quando erano organizzati in forma cenobitica, influenzava anche l’architettura dei piccoli monasteri. L’ubicazione di questi piccoli monasteri [Laure], composti in genere da due o tre monaci, secondo S. Gregorio Magno, doveva sorgere su un’altura, difeso su tre lati, come ad esempio con dei costoni scoscesi, doveva avere il mare in vista, un fiume vicino ed una strada nelle vicinanze, possibilmente non una principale. Queste caratteristiche permettevano ai monaci una discreta autosufficienza e la possibilità di muoversi facilmente. La vallata del fiume Trionto, ai piedi della Sila greca, che con il suo ampio letto sfocia nel mare Ionio, permise per secoli un sicuro rifugio ai monaci, i quali trovarono oltre il riparo, tanta legna, acqua, pesci, pece [silva pix] per il fuoco, sale per conservare gli alimenti e campi da coltivare con i mulini ad acqua che impiegarono per secoli per macinare i cereali. Il primo ed anche il principale monastero, nell’area del fiume Trionto, è quello di S. Giovanni Calybita ubicato su un’altura [Orito] a strapiombo nell’odierna Caloveto, risalente al IX sec. circa.

Grotte S. Giovanni Calibita (Caloveto)

Questo monastero era dedicato ad un santo dell’Oriente bizantino che veniva detto Calybita per la sua predilezione a vivere in una capanna/spelonca [Kalýbe]. Del resto, la vita monastica era sempre ispirata a forme di rigorismo ascetico che comportavano il totale abbandono della famiglia e dell’ambiente natìo. Di questo monastero esistono alcuni documenti scritti in greco ed altri in latino che permettono di farci capire i suoi possedimenti, in particolare il primo, datato 1126, fa riferimento al fondo delle saline nel torrente Coserie, a valle di Paludi, al fondo Mezzocampo nella Sila Grande, tra Campana e Savelli. Un altro documento del 1167 indica altri possedimenti frutto di una permuta fra l’arcivescovo di Rossano, Giovanni, e Ieroteo, categumeno del monastero di san Giovanni Calibita, dove l’uno cede all’altro terreni [Dracunerae] ed un mulino [Feliciae] posto lungo il fiume Trionto [Trienti], in cambio di preziosi paramenti liturgici, abbelliti da sante icone, dei quali il monastero Calibita  era in possesso. Il toponimo Dragonara, ancora oggi esistente, nel XII sec. si estendeva fino alla montagna di Manco [Mancu], di fronte alla località Destro (Longobucco). Va comunque ricordato che in questo monastero compì i suoi primi studi san Bartolomeo juniore, agiografo di san Nilo, e che dal 1257 circa venne assegnato all’ordine Florense. Dalla relazione della “visita apostolica” dell’abate Chalkeopoulos (1457-58) emerge che il monastero si trovava dentro l’abitato di Caloveto e godeva di “lodevole fama”, la chiesa era ben tenuta ma il chiostro ed il monastero non erano stati completati. Sempre in località Manco, Mancu, si trova il piccolo monastero di Santa Maria de Lo Mione, forse una filiazione o una grangia Calibitana, il cui nome e la datazione sono di origine incerta. Interessante il toponimo fonte Acqua dei Santi vicino a questa chiesa che ci porta a sottolineare la presenza di religiosi nella località. Dalla “visita apostolica” di Chalkeopoulos emerge che aveva una buona rendita, non c’erano più i monaci e l’abate non vi risiedeva. Risalendo il corso del fiume Trionto verso Longobucco si trovano altre chiese rurali che sembrano seguire un antico asse viario. In località Puntadura, alla confluenza della vallata di Ortiano, si trova ancora oggi ben conservata la chiesa di S. Maria della Mercede datata secondo alcuni al XV sec.  Per la sua particolare posizione, a metà strada tra le montagne silane e la marina, sul posto si svolge, nell’equinozio d’autunno una fiera, [della Ronza]. Un po’ oltre, in località Scale, sorge un altro edificio religioso, con navata unica, con una sola abside orientata ad est dedicata, secondo la tradizione orale, a Santa Maria ad Nives, anche questa chiesa è di origine incerta. Rimangono sulla parete della facciata i resti di quello che doveva essere un rosone. La tipologia di chiesa rimanda ad una diretta discendenza bizantina, probabilmente sotto l’influsso della vicina chiesa di S. Maria de Lo Mione. Invece, della chiesa di S. Filosseno o Filogenio, di cui non esistono documenti antecedenti al XVI sec.,  non resta nulla oltre il toponimo, Filigenio [Fulijeni]. A poca distanza da Longobucco c’era la chiesa di S. Pietro di cui non rimane nulla, solo qualche muro perimetrale. Altre chiese scomparse sono quelle di S. Nicola e S. Maria Annunziata [extra muros terrae Longobucci], di cui, anche in questo caso, si hanno solo notizie da documenti risalenti al XVI sec. All’ingresso del paese di Longobucco, presso la Porta Marina, c’era l’antica chiesa di S. Sofia. Quest’ultime chiese non risultano dalla “visita apostolica”, forse perché in quel periodo erano già dirute o senza monaci. Tutta la rete di monasteri greci, sviluppatisi in forma capillare, tra Campana, Caloveto e Rossano costituisce l’area ed il mezzo attraverso cui si conserva e si tramanda la memoria del passato bizantino. Gli stessi toponimi dei paesi della zona risentono dell’influsso di questo monachesimo, infatti Caloveto deriva il suo nome dal monastero Calibita; Calopezzati deriva il nome da kalòn e petzìon, che vuol dire “bell’appezzamento terreno”, ovvero un villaggio o casale debitamente registrato nel catasto bizantino; Cropalati invece richiama l’alta dignità bizantina di kauropalates, forse rivestita dal funzionario o militare del luogo. Inoltre, a monte di Longobucco rimane il toponimo Manche Greche ad attestare la presenza, nei secoli passati, di eremiti che avevano scelto queste amene località per estraniarsi dal mondo e praticare in completa solitudine i loro riti ascetici, ma anche per trascrivere importanti manoscritti miniati come il Menologio Imperiale, una raccolta delle vite dei santi risalente all’XI sec., che si conservava nel monastero di S. Giovanni Calibita. Tutta la vallata ancora oggi è uno scrigno naturale dove il visitatore, immerso nella natura e nei boschi silani, può ancora immaginare come vivevano questi santi monaci eremiti, lontani dal mondo in quel grande bosco che si affaccia verso l’Oriente.

Bibliografia

  • Adorisio A. M., Topografia sacra medievale nella valle del Trionto, in AA.VV., Calabria Bizantina, Gangemi Editore, 1986
  • Bulgarella F., Fascino bizantino in Terre jonicosilane, Rubbettino, 2015.
  • De Capua G., Longobucco: dalle origini al tempo presente, Fasano editore, 1982.
  • Laurent M. H., Guillou A., Le “Liber Visitationis” d’Athanase Chalkéopoulos (1457-1458). Contribution à l’histoire du monachisme grec en Italie méridionale, Città del Vaticano, 1960.
  • Russo F., Regesto Vaticano per la Calabria, voll. I-V, 1974-1980.
  • Traversari M., Abbazia Calybita. Storia di un monastero studita, Leucopetra edizioni, 2024.

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