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Le storie del Serratore/ Gabriele Meligeni: artista e politico PDF Stampa E-mail
 
Un ricordo dell’ex sindaco della città in occasione dell’inaugurazione a Schiavonea di una sede di Sinistra e Libertà a lui dedicata.

Gabriele Meligeni è scomparso il 31 dicembre 2006, all’età di 63 anni. Da tempo era assente dalla vita politica locale a causa di una grave malattia. E quindi, viene voglia di dire, era assente dalla vita, perché la politica fu la sua totalizzante passione, tanto che ad essa finì per sacrificare anche una innata creatività di poeta e di artista che avrebbe potuto avere ben maggiori esiti se coltivata con la dovuta disciplina.
Per Meligeni non esisteva vita privata. Tutto si risolveva nell’agire politico, nello stare tra la gente. La sua popolarità era enorme, proprio perché la gente capiva che poteva contare su di lui, che egli era un vero “figlio del popolo” che mai li avrebbe traditi. Non faceva calcoli Meligeni, non si tirava mai indietro in una competizione elettorale, non aveva esigenze di “visibilità” da rivendicare all’interno del suo partito, quel PCI che aveva tanti difetti ma di cui molti rimpiangono quella rigida “centralità democratica” che spesso riusciva a contrastare con successo i carrierismi e gli esibizionismi di personaggi dotati scarsa levatura intellettuale e morale.
Era nato il 23 marzo del 1943, da Francesco e da Fiorina Malagrinò. Il suo impegno giovanile si divise tra la pittura e la politica, fino agli anni degli studi universitari a Napoli, esaltanti per le opportunità di crescita culturale, ma terribili per i sacrifici sostenuti. Fu in quella città che, nel 1972, sposò Anna Maria Pirillo. La laurea in Architettura arrivò mentre si faceva più intensa la sua partecipazione alla vita amministrativa di Corigliano.
All’inizio degli anni ’70 i partiti locali furono paralizzati da contrasti insanabili, tanto da imporre al prefetto di Cosenza lo scioglimento del Consiglio Comunale. Nessuno all’epoca poteva immaginarlo, ma quel provvedimento rappresentò l’inizio di un periodo fortemente negativo per l’intera comunità. La città, infatti, dal febbraio del 1971 al luglio del 1975 fu amministrata da commissari prefettizi Furono gli anni dello sfacelo urbanistico: la città cresceva a vista d’occhio, i problemi si moltiplicavano, le opportunità venivano perdute per letterale assenteismo di una qualsiasi classe dirigente. Si arrivò al punto che uno di quei commissari, preoccupato per l’incontrollabile stato dell’edilizia locale, diede un incarico per la redazione del Piano Regolatore Generale.
Fu in questo contesto che Gabriele Meligeni, dopo il voto amministrativo del novembre 1972, fu eletto a sindaco della città. Ma la speranza di una fase nuova e più costruttiva si spense presto. La Democrazia Cristiana, pur dilaniata al suo interno, tenne un atteggiamento duramente ostruzionistico, emulando i peggiori atteggiamenti dei comunisti degli anni ’60. La maggioranza socialcomunista, che poteva contare su un solo voto di maggioranza in consiglio comunale, non resse. Dopo cinque mesi di crisi Meligeni rassegnò le dimissioni. Fece però in tempo ad impostare una approfondita discussione sul Piano Regolatore Generale.
Alle elezioni comunali dell’8 giugno 1980, la Dc ebbe una flessione e conquistò solo 17 consiglieri su 40. I partiti di sinistra riuscirono a convergere sul nome di Gabriele Meligeni come sindaco. L’alleanza era fragile, potendo contare ancora una volta su un solo voto di maggioranza (21 su 40) e dovendo scontare l’ennesima frattura interna al gruppo socialista, che venne ricomposta solo dopo l’ingresso in giunta di altri due socialisti nell’aprile del 1982. Seguirono due anni difficilissimi per Meligeni, durante i quali comunque non mancarono risultati positivi, a cominciare dall’apertura di un consultorio familiare nel centro storico, fortemente sollecitato dalle donne della città. Fu avviato un moderno sistema di raccolta dei rifiuti solidi; sorsero due villette allo Scalo e a Piana Caruso; cominciarono i lavori per la costruzione di via Fontanelle allo Scalo; furono aggiudicati i lavori per la rete fognante a Schiavonea; si deliberò di procedere al recupero del teatro Valente, che all’epoca risultava ancora in affitto a dei privati; si trasferirono all’Ariella la gran parte degli uffici comunali; fu iniziata la metanizzazione del territorio comunale con affidamento all’Italgas; fu confermato un atteggiamento di ferma opposizione alla costruzione di un oleodotto di collegamento tra il nascente porto e la centrale Enel di Rossano; fu dato l’affidamento dell’incarico per il progetto di restauro e consolidamento del castello.
Ma fu sulla gestione dell’urbanistica che si registrarono le maggiori difficoltà. Il consiglio comunale aveva dato via libera all’adozione del piano regolatore generale redatto dall’arch. Mario Candido, pur in assenza di una formale approvazione della Regione Calabria, nella speranza di porre in tal modo un freno al dilagante abusivismo. Ma il Comune non aveva alcuno strumento operativo con cui controllare l’operato di costruttori e progettisti. L’Ufficio Tecnico era un colabrodo e le opposizioni ebbero buon gioco a mettere in difficoltà il sindaco, pretendendo quello che era obiettivamente impossibile ottenere: un controllo serio e rigoroso del territorio.
Nell’agosto del 1983, dopo le elezioni politiche che registrarono un crollo del PCI, si aprì una nuova crisi che determinò le dimissioni di Meligeni.

Alcuni anni dopo, nel 1986, la libreria “Il Fondaco” promosse la pubblicazione di un suo volume di grafiche, “Frammenti. Tra arte e ideologia, 1972 – 1975”, che confermò la forza espressiva di un artista nella piena maturità, che poco più tardi un avverso destino avrebbe purtroppo fermato. Il volume è un “racconto per immagini”, in cui Meligeni usa il disegno per illustrare la sua lunga e tormentata vicenda di consigliere comunale e sindaco. In esso prevalgono le “ragioni ideologiche, esplicite talvolta fino alla forzatura” e le sue vicende autobiografiche, che sono “un caso esemplare di collisione tra utopia e realtà”, come scrisse Luigi De Luca nella nota introduttiva.
La pittura per Meligeni rappresentava il naturale completamento dell’azione politica, ne era il prolungamento poetico. Attraverso tele e grafiche riuscì ad esprimere sentimenti, amori, amicizie, tenerezze che ben di rado poteva concedersi nell’aspra stagione di conflitti sociali che lo vide impegnato politicamente.
Meligeni aveva già pubblicato un altro volume, Cari compagni, una raccolta di “lettere” e disegni prodotti in due soli mesi, marzo ed aprile del 1970, che gli avevano procurato incoraggiamenti e consensi. Carlo Levi, l’autore di Cristo si è fermato ad Eboli, che lo aveva conosciuto e ne ricordava “il bel viso barbuto di profeta innocente, o di contestatore pensieroso”, gli scriveva che i suoi disegni e i suoi scritti erano “una confessione, un’antologia, una meditazione per simboli adolescenti, dall’ulivo di Calabria alle folle, alla protesta, all’organizzazione, all’amore, alle stelle; con entusiasmi e speranze e depressioni e riprese, e sentenze, propositi, esami di coscienza, approfondimenti e ricerca di rapporti con gli altri”i. E Abdon Alinovi: ”Il tuo volto non è cupo, è sereno… la fresca vena della tua poesia è libera, ci può raccontare della Calabria, della vita dei giovani di laggiù, groviglio di pensieri, impulsi, giudizi, sentimenti”.
Ed in effetti nelle “lettere” (brani in prosa che accompagnano ogni disegno, con riflessioni sui sentimenti, le paure, le ansie, gli stati d’animo che accompagnano l’autore) spesso si incontrano brani di vera poesia: “Senti le carezze della sua bellezza / e la dolcezza dei suoi ragionamenti / confusi. La guardi, ti piace / e sorridi, l’abbracci e tessi con lei / l’amore che non deve finire. / Gli altri invidiano il tuo nido / e pensano a quello che ancora / non hanno trovato. Non sono / in mala fede. E’ bella? Dimmi / se mi sbaglio quando la paragono / alla dea Minerva e Fortuna” .
Gabriele Meligeni ha esposto le sue tele in poche occasioni. Esse si trovano ancora quasi tutte in possesso della sua famiglia e costituiscono una raccolta che meriterebbe sicuramente di essere valorizzata e resa pubblica. Con questa valutazione si è dichiarato d’accordo il critico d’arte Vittorio Sgarbi, che ha esaminato le opere di Meligeni nel 2001, rimanendo colpito dalla forza espressiva di molte di esse.

Nella foto, Meligeni durante un convegno organizzato presso l’ex cinema Moderno, in Piazza del Popolo, dal Collettivo Donne di Corigliano sul tema: “Le donne, il parto e la struttura ospedaliera” (5 marzo 1983).