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Le storie del Serratore/ Era la sera del 31 dicembre… PDF Stampa E-mail
Una grande festa al Garopoli per dare l’addio al 1884, quando il glorioso istituto aveva ancora la sua forte carica di simbolo culturale contro l’oscurantismo borbonico.

Un “veglione” di fine anno al Garopoli, nel 1884 con accenti patriottici e culturali. E’ questo che ci racconta Luigi Patari in una colorita cronaca di quel lontano avvenimento, che ci riporta ai tempi d’oro del glorioso Istituto, quando lo stesso era visto come il “simbolo” del riscatto sociale della nuova Corigliano italiana, rispetto all’oscurantismo borbonico. Ne riportiamo dei brani, tratti dal Popolano, dedicandoli a quanti si accaniscono contro la naturale destinazione della struttura a centro di vita culturale della città. E ciò proprio nell’anno in cui si è celebrato il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

“Era la sera del 31 dicembre 1884 – scrive il Patari - quando la Direzione del Ginnasio Garopoli invitava tutta la parte colta e civile di questa città, per assistere ad un trattenimento variato, che dar doveano quei giovani.
Il programma invogliava a godere quella festa, nella quale si prometteva una Farsa, cosa tutta propria degli studenti, col titolo “Funerali e Danza”; poi il Barbiere di Siviglia, il capolavoro di Rossini; infine la morte di Cesare Lucatelli.
A dire il vero il programma non solo prometteva molto, ma cose molto diverse e non facili. Come pretendere che ragazzi o giovanotti, usciti dalle loro case e chiusi nel nostro convitto da tre o quattro anni, avessero potuto interpretare la vita studentesca, la vita cioè di quei giovani che per ragioni di studio, nel fiore degli anni, si trovano liberi e senza controllo in una grande città, ove i bisogni sono molti, i danari pochi, il desiderio di fare elegante figura imponente, il dovere di non tradire le speranze dei genitori sacro; tutto questo e mille altre cose formano quel vulcano che si dice vita dello studente, la quale non può comprendersi se non da chi fu studente.
Ma passi pure la Farsa, ci sembrò un poco, anzi molto azzardato, promettere l’esecuzione del Barbiere di Siviglia, di quell’opera tanto celebre e difficile ad essere eseguita dai più rinomati artisti. E come se questo fosse stato poco si è voluto aggiungere la morte del Lucatelli, nella quale si compendia l’ideale del Risorgimento Italiano.
Non bisogna nascondere la verità: ci recammo nel Ginnasio per ridere del gran fiasco. Non fu così. Fummo colpiti da meraviglia quando entrando osservammo quei corridoi dell’ex convento dei padri Liguorini, che sapevamo lunghi, alti, oscuri, sede del silenzio, tomba dei viventi, trasformati. V’era una bellissima sala da teatro con oltre 300 convitati, fra i quali più di 20 signore e signorine, che con la loro bella presenza, adorne di smaglianti monili, rendevano quel locale più gaio e giulivo. Vi erano bei salotti per la conversazione. Infine ammirammo una sala fantastica, ove le tappezzerie, i festoni di arancio, ed i lumi, con ordine e simmetria disposti, ci fecero credere che il prof. Riedl l’avesse riprodotta dal castello d’Armida.
La nostra meraviglia, come quella di tutti i convitati, ebbe un crescendo continuato nel vedere come quei vispi e cari giovanotti rappresentarono la parte di vecchi studenti, e come per opera del Reinhold fossero addivenuti artisti cantanti; si raggiunse l’entusiasmo nel sentire Lucatelli il quale, avvinto da catene, chiuso in carcere e guardato dagli sbirri, prima di salire sul patibolo, mandava un saluto all’Italia, augurando alla stessa che il suo sangue innocente le apportasse libertà, indipendenza e fine del potere temporale.
A quelle parole, ispirate da santo amore di patria, alla nostra mente si presentò la lotta del passato e del presente, del vecchio e del nuovo; da una parte ricordammo i beati tempi dei Reverendi Padri, l’inquisizione che esercitavano, l’oscurantismo che difendevano; d’altra parte vedevamo centinaia di giovani, ai quali si infonde la scienza, il sapere, le arti belle da una falange di istruttori…
 Una città si dice civile quando diffonde ed ha cura dell’istruzione; e Corigliano deve essere notata tra le città civili perché non solo diffonde l’istruzione, ma d’un monastero, centro dell’oscurantismo, ne ha fatto un vivaio per la scienza. Un evviva dunque alle Amministrazioni che si sono succedute, che tutte hanno guardato all’istruzione. Un evviva pure alla Direzione del Ginnasio ed a quei cari giovani: e tutti teniamo presente che l’istruzione è la bandiera della solidarietà umana, intorno a cui si va raccogliendo da ogni parte del mondo la giovane generazione; è il sentimento, il voto, il grido della coscienza di questo secolo; è il frutto e la conquista di tutte le Rivoluzioni, che non avranno più ragione di essere quando la lotta sarà finita; e questa finirà quando tutti conosciamo che il clero consta di due elementi: mistero e privilegio. Togliamo questo con il ragguagliarlo al diritto comune, quello con ischiudere le porte del santuario a tutti, ed il clero non sarà più. (Tratto dal Popolano, n. 1 del 1885)