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La storia di Piero Migliacci PDF Stampa E-mail
Da Schiavonea a Roma, con un sogno nel cuore

"Senti, Piero, se non hai voglia di far sacrifici per studiare, allora devi imparare un mestiere. Ti sconsiglio il mio, quello di sarto, perchè ormai ce ne sono molti in paese, scegli pure tra il barbiere e il calzolaio". Così, nel settembre del 1947, "mastro" Eugenio Migliacci si rivolgeva a Piero, l'ultimo dei suoi dieci figli, un ragazzo vivace e intraprendente, che aveva appena concluso le scuole elementari e dimostrava chiaramente di non aver voglia di fare ogni giorno ore di bicicletta per raggiungere la sede della scuola media, nel centro storico di Corigliano, distante quasi dieci chilometri.
Il dialogo tra padre e figlio si svolgeva infatti a Schiavonea, la frazione marina di Corigliano, a quei tempi una piccola comunità di 2000 abitanti, quasi tutti pescatori.
Uno zio di Piero, don Roberto Migliacci, era stato rettore del Santuario dedicato alla Madonna Nera di Schiavonea per oltre dieci anni, prodigandosi per migliorare le condizioni di vita dei pescatori, spesso abbandonati a se stessi. A lui si deve la costruzione dell’asilo Infantile, la prima struttura “sociale” di Schiavonea.
Per il nipote, che ebbe modo di passare con lui gli anni della giovinezza, quello zio prete tenace e laborioso fu un esempio di altruismo, rigore e generosità.
Ma torniamo alla scelta del mestiere. Il giovane Piero, dopo una "ricognizione" in una bottega di calzolaio e in un "salone" di barbiere, preferì quest’ultimo e prese servizio nella bottega di "mastro" Guerino. Capì ben presto che quello era il "suo" lavoro e dopo alcuni mesi si trasferì presso il salone di "mastro" Giovanni Marzullo, che gli sembrava professionalmente più dotato. Passarono tre anni quando, all'improvviso, “mastro” Giovanni fu costretto ad allontanarsi dalla bottega, a causa di una grave malattia. L'assenza durò otto mesi. Il giovane Piero, a quindici anni, si trovò così a dover fare tutto da solo, coordinando il lavoro di altri tre o quattro ragazzi più piccoli di lui. Ogni lunedì si recava a Corigliano, nel centro storico, dove "mastro" Giovanni risiedeva e gli consegnava l'intero incasso della settimana. In cambio, continuava ad essere ricompensato con le solite 50 lire. Ma non gli importava dei soldi. Era orgoglioso di poter dimostrare, sopratutto a se stesso, che era in grado di gestire in proprio un salone, come una persona adulta.
Si trattò di una valida esperienza formativa, che lo rafforzò ancora di più nella convinzione di una carriera professionalmente gratificante. Ma per prima cosa, doveva andar via da Schiavonea: il borgo marino era bello, ma offriva poche possibilità di crescita. Seguirono così varie esperienze lavorative in diverse "botteghe" cittadine, in ognuna delle quali ebbe modo di rafforzare le sue capacità, fino a quando si sentì pronto ad aprire una sua barberia a Schiavonea. Sembrava !'inizio di una tranquilla ed onorata carriera da artigiano. "Mastro" Pierino Migliacci aveva solo 18 anni e già poteva aspirare a primeggiare in paese.
Ma... successe l'imprevedibile.
La diffusione della televisione, eravamo alla fine degli anni Cinquanta, scatenò nel giovane Piero un groviglio di confuse ambizioni. Mentre i suoi coetanei si entusiasmavano nel vedere partite di calcio, film, spettacoli musicali, egli osservava avidamente sugli schermi in bianco e nero le acconciature perfette ed all'ultima moda con cui presentatori, attori, giornalisti ognj sera entravano nelle case degli italanii. Avrebbe mai "fatto" lui i capelli ad uno di quei personaggi?
Restando a Schiavonea, certamente no. Ecco quindi la decisione: tentare l'avventura a Milano. Dal caldo sole di una marina del sud, al freddo e alla nebbia del nord. Il passaggio fu traumatico. All'arrivo nella grande città, per due giorni, letteralmente, non riuscì a parlare. Poi si sbloccò, la timidezza sparì: aveva un mondo da conquistare e non bisognava perdere tempo. Era bravo nel mestiere, trovò subito da lavorare, seguì corsi di perfezionamento, divenne lui stesso insegnante in corsi professionali. Ma al clima non riuscì mai ad abituarsi, aveva anche problemi di allergia. Accettò pertanto, dopo tre anni, una buona proposta che arrivava da Roma: dirigere l’importante "diurno" della stazione Termini.
Appena arrivato a Roma, però, un amico gli suggerì di lasciar perdere la stazione Termini e di andare subito alla barberia “da Peppino". Fu un vero e proprio colpo di fulmine. Il locale era bellissimo, una piccola "bomboniera" in cui ogni angolo era sfruttato alla perfezione. Vi si respirava un clima di altissima professionalità, al servizio di una clientela speciale: appena messo piede nella barberia incontrò infatti Giorgio Albertazzi, già allora attore di gran fama.
Con Giuseppe Ricciardi, il mitico titolare del salone, conosciuto in tutti i migliori ambienti di Roma, il rapporto non fu facile. Personalità diverse (Piero espansivo e gioviale, Peppino riservato ed aristocratico), avevano entrambi un carattere spigoloso, per cui i conflitti furono inevitabilmente frequenti. Ma poichè alla base del loro rapporto c'era una reciproca stima professionale, cominciò una collaborazione che durò trent'anni e cessò solo con la morte di Peppino.
Il sogno del giovane Piero, che rilevò la barberia, si era avverato. Aveva giornalmente a che fare con esponenti della nobiltà romana, con politici di primo piano, attori, giornalisti, professionisti. Nel suo settore non era secondo a nessuno. Un altro calabrese dalla testa dura ce l'aveva fatta.
"Nel cuore del cuore di Roma, - scrisse nel 2002 Maurizio Giammusso, giornalista e critico teatrale - a pochi passi da piazza di Spagna, c'è un luogo ove si tramanda una cultura del servizio, dell'accuratezza e del riserbo che ha pochi eguali. Lo frequentano regolarmente grandi avvocati e giornalisti di grido, i commercianti che hanno dato una nobiltà al centro storico e gli eredi di quella nobiltà vera, che per secoli ha fatto e disfatto i papi, i Ruspoli, i Boncompagni, i Barberini. Quel luogo è la più celebre ed esclusiva bottega di parrucchiere per uomo, ovvero la barberia Peppino, che per quasi quarant'anni è stata ad un angolo di via Mario de' Fiori ed ora è in via della Vite 62 ... Per molti versi Piero è il contrario del suo maestro: è un calabrese alto, tenace ed estroverso; come Peppino amministrava i suoi silenzi, così Piero governa abilmente la conversazione ... Nell'ultima poltrona a sinistra è già al lavoro il figlio di Piero, il giovane Alessandro. Il futuro è suo, la tradizione di tutti."

Nelle foto, Piero migliacci con amici  e colleghi nel corso di una manifestazione a lui dedicata, svoltasi presso il Garopoli nel novembre del 2008       GUARDA FOTO