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Il territorio di Corigliano dalla malaria alla bonifica PDF Stampa E-mail
Scritto da Enzo Viteritti   
Venerdì 18 Febbraio 2011 15:16

Il prossimo 23 febbraio io e Mario Candido terremo una conferenza presso il Liceo Scientifico di Corigliano sul tema: “Il risanamento del territorio, dalla malaria alla bonifica”, nell’ambito del ciclo di incontri dedicati al 150° anniversario dell’unità d’italia. Verranno illustrati, con l’aiuto di foto e documenti inediti, i momenti principali di una delle vicende che più ha condizionato lo sviluppo di Corigliano e della Piana di Sibari. Sarà anche l’occasione per ricordare, a vent’anni dalla sua scomparsa, Ermanno Candido,

 il geniale “bonificatore” venuto dal Friuli, protagonista, accanto ad altri tecnici di valore, di quell’epopea, oltre che risolutivo indagatore del sito dell’antica Sibari.

Il testo che segue fornisce il sintetico quadro generale entro il quale la conferenza approfondirà temi e personaggi che hanno avuto un ruolo nella lotta alla malaria e nella bonifica del territorio.


* * *

Nel 1879, l’archeologo francese Francois Lenormant, partendo da Taranto, visita tutta la Calabria. Arrivato nella Piana di Sibari ne riceve una duplice, vivissima, impressione. Da una parte rimane incantato dalla bellezza dei luoghi: “Non credo che esista in nessuna parte del mondo qualcosa di più bello della pianura ove fu Sibari”, (scriverà nel suo “La Grande Grèce”). Dall’altra non può fare a meno di sottolineare lo stato di abbandono in cui versano le “lussureggianti praterie che non si falciano mai e sono deserte. Non si vedono che armenti infiniti che pascolano solitari e quasi selvaggi, dei tori bianchi immersi sino al ventre in un’erba incredibilmente folta, e dei bufali che ricercano di preferenza i punti più fangosi, le pozzanghere d’acqua morta ed i fossi, dove amano tuffarsi per sfuggire agli ardori del sole. La febbre regna sovrana in queste bassure paludose”.

Si trattava della febbre prodotta dalla malaria, uno dei più gravi problemi che il governo della nuova Italia nata nel 1861 si trovò ad affrontare, senza riuscire ad esprimere una progettualità che in qualche modo ne riducesse le conseguenze.

Falciano e cade al suol la messe d’oro

e mentre all’avvenire pensan contenti

falcia vite la morte in mezzo a loro.

Questi desolati versi di Luigi Seragia dedicati ai contadini, pubblicati sul Popolano nel 1886, pochi anni dopo la visita di Francois Lenormant, illustrano con semplicità ed efficacia il dramma della malaria che opprimeva le campagne di Corigliano. Su questo fenomeno, lo Stato fu assente nel primo cinquantennio di vita unitaria. Fu il terremoto del 1905 a porre la questione calabrese all’attenzione dell’intera nazione tanto che, l’anno dopo, fu emanata una legge speciale “pro Calabria”. Notevoli i lavori avviati, soprattutto in direzione della sistemazione idraulica dei torrenti della Piana, dal Raganello al Crati, dal Cino al Trionto. In quegli anni si scoprì anche che il chinino poteva combattere la malaria e lo Stato decise di distribuirlo gratuitamente tramite gli ambulatori antimalarici (nel 1908 ce n’erano 68 in tutta la provincia di Cosenza).

Gli esiti complessivi però furono deludenti. Costantino Tocci (che poi nel 1921 fu il primo sindaco socialista di Corigliano), osservava nel 1913, dopo l’ennesima disastrosa inondazione causata dal Coriglianeto:

Il combattimento deve essere a monte non in pianura, col rimboschimento non coi muri… è pressocchè inutile imbrigliare e arginare questa massa di acque carica di terriccio e di pietre che colma ed alza spaventosamente l’alveo dei fiumi… Dove andremo con l’altezza delle arginature?”

Lo scoppio della prima guerra mondiale bloccò tutto. Seguirono, nel dopoguerra, notevoli stanziamenti per opere pubbliche, soprattutto per tenere a freno grandi masse di reduci sempre più scontenti e pronti a passare ad azioni violente. Riprendeva anche vigore il dibattito teorico, tendente a sottolineare il fatto che la bonifica non era solo un problema igienico, ma doveva essere indirizzata a trasformare la pianura paludosa in aziende agrarie produttive e razionalmente ordinate.

Nel 1923 e nel 1924 furono emanate leggi innovative che, obbligando i grandi proprietari a cooperare nell’azione di bonifica, consentirono al regime fascista un intervento complessivo di risanamento e trasformazione fondiaria. Nella primavera del 1924, il barone Guido Compagna si recò a Ferrara ove strinse una solida alleanza con il gruppo di Natale Prampolini, grande bonificatore della Valle Padana. Dall’alleanza nacque, con il sostegno del Credito Italiano, la “Società Anonima Bonifiche del Mezzogiorno” che operò nella piana di Sibari per circa un ventennio.

I lavori cominciarono nella primavera del 1928. Fu creata una fitta rete di alloggiamenti, di centri e di servizi, ubicati soprattutto nel territorio di Corigliano, che consentirono rapidamente non solo l’assorbimento totale della manodopera locale, ma anche l’afflusso di forti contingenti di operai e di numerosi tecnici provenienti dalle regioni settentrionali. Simbolo di questa rinascita divenne uno dei borghi realizzati durante i lavori, Villaggio Frassa, pieno di vita e di attività, con le sue palazzine allineate dai tetti rossi, con la scuola, il bar, il circolo ricreativo, l’ambulatorio, il teatro, il posto fisso dei carabinieri e una fontana di freschissima acqua.

Alla fine del 1932 il governo poteva annunciare che nella Piana di Sibari era stato compiuto un “grandioso complesso di opere”, fra sistemazione di bacini montani, costruzione di collettori di bonifica, realizzazione di strade, nascita di tre villaggi operai (Frassa, Turio e Torre Cerchiara), ponti in cemento armato e, soprattutto, sistemazione di pianura dei torrenti Malfrancato, San Mauro, Occhio di Lupo e fiume Crati con arginazioni che si estendevano per 70 chilometri.

L’invasione dell’Etiopia prima e la seconda guerra mondiale poi causarono la fine del regime fascista e portarono l’Italia alla rovina. L’opera di bonifica fu interrotta e poiché fino ad allora il risanamento montano non aveva dato buoni frutti, le opere realizzate in pianura andarono incontro ad un rapido degrado, anche perché esse non ebbero sufficiente manutenzione.

Solo nel 1950 la questione ebbe una svolta decisiva con l’approvazione della legge di riforma agraria, che affidava all’Ente per la Valorizzazione della Sila (O.V.S.) il compito di provvedere alla ridistribuzione della proprietà terriera ed alla sua conseguente trasformazione. Per Corigliano cominciava il salto decisivo verso la modernità e verso un periodo di benessere mai conosciuto nella sua storia. Infatti alla riforma si affiancò un programma di lavori pubblici che portò al risanamento del territorio ed alla sconfitta definitiva della malaria.

Francesco Compagna, studioso acuto delle vicende del Mezzogiorno, può scrivere agli inizi degli anni ’80, ritornando dopo trent’anni sui luoghi della Riforma:

Il cambiamento si coglie a colpo d’occhio: dai filari di alberelli ben allineati… dall’insediamento turistico realizzato alle foci del Crati… dalla vitalità che allieta e anima il paesaggio una volta immobile… fino all’animazione che si ravvisa lungo tutta la marina, in particolare alla marina di Schiavonea; e soprattutto fino alla visione complessiva di una campagna che si sente non più infestata dai vettori della malaria”.ria”.